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Back home

Settimo è solo un paese alla periferia di Milano. In sé non ha niente di speciale o di diverso rispetto a tutti gli altri. Stessi palazzi, stessi messaggi d'amore scritti sui muri con lo spray nelle notti frettolose, stessi bar dove la mattina presto la macchinetta del caffè lavora alacremente. La Milano Torino, una delle gare più antiche e affascinanti, parte da qui, da questo angolo della Lombardia senza glorie.Qualcuno potrebbe chiedersi il perché. Il ciclismo è strano, marchia i luoghi che gli appartengono in un modo tutto suo. Questa via dove si accumulano i pullman diventa un mondo a sé. Anche se là fuori è giorno di mercato e i parcheggi sono pieni. E' un'atmosfera che si trova solo qui. Ogni gara ha il suo odore, i suoi segni di riconoscimento. Qui c'è sempre profumo di casa. Forse anche per chi abita a chilometri e chilometri di distanza.
Le transenne, i fischietti, sono lontani anche se la startlist è prestigiosa. C'è la strada: spoglia, con l'asfalto granuloso e un po' consumato. Ci sono i ciclisti che scendono tranquilli dai pullman, si mescolano a quella quotidianità mattutina. C'è la gente che osserva attentamente le biciclette, le sfiora sotto gli occhi vigili dei meccanici. 'E' un peccato non avere più vent'anni' dice uno guardando un telaio. 'Che spettacolo.'
E' un incanto così semplice e sincero che ogni volta c'è da rimanere stupiti. E' il lievito madre dell'impasto di questo sport. Quello vero che si riconosce dal sapore. E' il ritorno al nòcciolo dopo la trasferta iridata, dopo gli assedi del mondo. Questo è uno strano castello dove i tifosi chiedono pacati gli autografi e le biciclette fanno zig zag tra i passanti. I bambini delle scuole, nonostante l'eccitazione, osservano composti dal marciapiede, i ciclisti che sciamano verso la partenza. Qualcuno esce dai bar, le signore che si sono incontrate per caso e magari si conoscono da una vita, si fermano ad assistere a quella festa improvvisata. Non importa chi capisce e chi no, chi riconosce tutti quei ragazzi in divisa o chi non sa chi siano, da dove vengano. Questo sport mi ricorda tanto i bambini che si trovano al parco a giocare: alcuni sono amici da una vita, altri non si sono mai visti. Eppure giocano insieme come se niente fosse, come se uno conoscesse i gusti dell'altro da sempre. Il ciclismo non è un gioco ma fa parlare la gente che la mattina non ha tempo di guardarsi in faccia, ci fa sentire un po' simili nelle giornate che tentano di dividerci, di toglierci le cose belle da tenere in comune. Non c'è niente di complicato, di calcolato. E' la semplicità che a volte vince su tutto.
E anche a Superga, alla fine, ci è arrivato un ragazzo semplice dopo una stagione un po' amara e sostenuta con tanto sacrificio. Giampaolo Caruso che per un soffio questa primavera non aveva vinto la Liegi e aveva finito il suo Giro d'Italia contro l'asfalto bagnato di Montecassino, oggi ha dedicato la sua vittoria ai suoi figli che non vede da mesi.

Back home. La lingua con cui ci si intende di solito è l'inglese. Ma i significati non cambiano. Casa è sempre un posto speciale, dove essere sé stessi e ritrovare tutte le piccole cose della quotidianità. Casa, nel ciclismo, è la strada, dove alla fine ci si ritrova sempre. A condizione di far fatica, a condizione di esser disposti al sacrificio. Nessun traguardo facile è vero. E' questo, la bicicletta lo insegna più di tutto. Anche qui, dove tornare a casa è la stessa cosa che tornare a sé stessi.

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