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Bottecchia. La storia, le vittorie, il mistero

Il suo nome, adesso, è scritto sulle biciclette e sull'albo d'oro dei grandi. Ottavio Bottecchia, nato a San Martino di Colle Umberto il primo giorno di agosto del 1894, era un ragazzetto spigoloso e taciturno cresciuto a polenta, latte e castagne. Una storia come tante e il passaggio obbligato per l'orrore della Prima Guerra mondiale che strappa lo stomaco per la fame. 
Quando apre bocca, parla solo rigorosamente dialetto veneto. Specialmente al bar, con gli amici, che poi sono quelli che condividono le fatiche di un lavoro sempre troppo pesante e pagato male. E' così, tra un bicchiere di vino e l'altro, nasce la leggenda di questo eroe che di eroe ha sempre avuto poco. Ma in bicicletta, si sa, conta solo quel rapporto intimo e contrastato che si coltiva sui pedali. Un amico gli consiglia di partecipare a qualche gara domenicale e lui scopre che gli piace aggredire le salite più dure, quelle più aspre, come la vita che ha sempre conosciuto fin da bambino. Ha familiarità con le pendenze arcigne, che tolgono il fiato, come la fame che toglie le forze. Ha poco lavoro, tira la cinghia, è sempre più magro, la pelle è sempre più tirata sugli zigomi aguzzi. Nel 1923, a ventinove anni, decide di andare a Milano, alla sede della Gazzetta dello Sport, per iscriversi al Giro d'Italia. In corsa fa impallidire Girardengo e Brunero. In classifica arriva quinto e un uomo dell'organizzazione del Tour de France lo segnala al Patron francese. Così l'Automoto recluta Ottavio tra le sue fila e cominciano i cinque folgoranti anni della sua carriera. Pochi ma intensi. Sufficienti per lasciare un solco indelebile nella storia del ciclismo. Anche se a lui non interessa troppo la fama. Corre per vivere, per sopravvivere e con i soldi del secondo posto a quel suo primo Tour si fabbrica la casa, assieme al fratello Umberto. L'anno successivo, l'appuntamento con la Grande Boucle assomiglia ad un appuntamento col destino. Bottecchia, che in Francia hanno ribattezzato Botescià, si scatena e sulle montagne vince il Tour de France. L'anno è il 1924. Nel 1925 replica. Un successo abbagliante che lo fa uscire completamente dall'anonimato. Niente più fame, niente rinunce. E' ricco e tutti lo conoscono, anche se lui non è cambiato di una virgola. E' ancora l'Ottavio secco e poco chiacchierone di sempre. L'anno successivo tutti lo aspettano in Francia ma le cose non vanno poi troppo bene e tornando da quell'edizione un po' sfortunata, vinta dal belga Buysse, ricomincia ad allenarsi per le strade solitarie dei suoi paesi. Esce nelle ore più strane, quando è sicuro di poter pedalare in solitaria. Lui, le sue gambe, i suoi pensieri.

Una mattina di giugno lo ritrovano agonizzante, quasi irriconoscibile, su una salitella nei pressi di Trasaghis. La parabola iniziata d'improvviso si conclude quasi allo stesso modo, dodici giorni dopo, senza che nessuno ne potesse intuire la fine. La scomparsa prematura di Ottavio Bottecchia resta ancora oggi avvolta nel mistero. C'è chi conferma che sia stato solo un incidente, una tragica caduta per un colpo di sole dopo aver bevuto qualcosa di troppo freddo. Eppure la dinamica di una poco probabile caduta non coincide con la frattura della scatola cranica che lo condusse alla morte. Un' incognita che attraversa gli anni fino ad oggi. Con tanti colpevoli, veri o presunti. Anche questo forse ha contribuito a renderlo una leggenda. Un'ascesa breve, velocissima, fino a quel mattino dove il destino lo aspettava, forse armato di bastone. Un contadino si disse colpevole di averlo ucciso perché derubato dell'uva che cresceva nel suo campo, benché a giugno, fuori stagione, nessun grappolo possa spuntare dalle viti. Qualcuno dice che Ottavio fosse un antifascista e in quegli anni, un eroe contro il regime poteva essere davvero troppo scomodo. Voci che si intrecciano attorno a una figura venuta dal niente e scomparsa silenziosamente, durante le ore che forse per lui erano più preziose. Non sono state le sue vittorie a renderlo immortale, ma la sua vita. Come tanti altri, nello sport. Una rotta strana, seguita per necessità e con umiltà. Un campione asciutto che parlava solo in bicicletta e solo con le salite più cattive. Per rabbia, per abitudine. Senza la pretesa di diventare un idolo delle folle anche se alla fine lo è diventato. Per un periodo breve, è vero. Ma l'intensità, lo sappiamo, ha il potere di far durare certi momenti anche per sempre.

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