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Buon compleanno Mister Vigo

Milan l'è un gran Milan.
Trita e ritrita ma sempre valida.
Sarà che sono nata e cresciuta praticamente nell'ombra di Milano e dietro casa mia, nelle giornate più limpide, si vede in lontananza la guglia più alta del Duomo, quella dove luccica la Madonnina. Sul pianerottolo della casa dei miei nonni c'era una acquerello che ritraeva uno scorcio della Scala nell'Ottocento vista da via Manzoni.
Obiettivamente, Milano è sempre stato un cuore pulsante pur nelle sue mille contraddizioni. Luci e ombre sono d'obbligo per una città che ha visto scorrere per le sue vie sangue, lacrime, amore, luccichii e il vortice turbolento della storia.

Storie di ciclismo qui ce ne sono tante, alcune famose, altre mai raccontate. A volte si tramandano di nonno in nipote, altre restano chiuse nella cerchia di un bar o sigillate nelle pagine degli anni passati perché noi del presente non siamo ancora riusciti a capire come conciliare il vecchio e il nuovo in modo equilibrato.
Il Vigorelli adesso è un signore silenzioso e stanco. Stanco di aspettare, quello è sicuro. Qualcuno voleva demolirlo, qualcuno ancora si chiede a cosa possa servire. Eppure, nei giorni autunnali del suo compleanno,nessuno osa considerarlo un vecchio velodromo inutile e un po' sfortunato. Ottanta, di anni, sono molti. Gli ultimi spesi a guardare il tempo che passava inesorabile sul legno della pista. La pioggia, il vento, la neve. Maledetta neve. E' stata la nevicata dell'85 a dare il colpo di grazia. Il tetto schiantato, rovesciato sulla pista come stalattiti improvvise. Dopo niente è stato più lo stesso, come se fosse un destino già segnato. Voluto da altri, certo. Perché il Vigo, come lo chiamano, era un teatro a cielo aperto dove i pistard erano eroi. Un San Siro del ciclismo. Da subito, dalla sua nascita nel 1935, quando si era preso l'eredità del velodromo Sempione, abbattuto nel '28. Nasce la leggenda, il ritmo incalzante e il fragore delle Sei Giorni, il silenzio della storica officina Masi sotto la pista stessa. La gente impara ad amare quell'anello come uno dei simboli di Milano. E' un luogo di festa, è un luogo di culto dello sport.
Ma i luccichii non durano molto. Nell'estate del 1944 che per la città fu la più tremenda e sanguinosa, il Velodromo viene colpito dalle bombe. Ferito anche lui come la sua Milano. Si è rialzato con la Liberazione, piano piano, come hanno fatto tutti. Tornava il caffè, tornava la voglia di essere felici. Tornava la voglia di biciclette e di gente che si sfidava in bicicletta. Ah, che forse l'amore più vero nasce dalle ceneri di certe lacerazioni che sembrano incurabili. L'amore dell'Italia e di Milano per il ciclismo era ancora più forte. Forse non è mai stato così forte come quando Fausto Coppi tornò al Vigorelli appena dopo la sua risistemazione. Forse non è mai stato così forte come in quegli anni dove dopo aver visto tanta morte c'era solo voglia di vivere.

Se il Vigorelli potesse parlare non saprebbe sicuramente da dove incominciare a raccontare. Forse però, in questi giorni, se il Vigorelli potesse parlare, sceglierebbe di cantare, ricordando il concerto dei Beatles nel 1965. Era estate, c'era il rock. Quella musica che faceva sognare Londra ai ragazzi di provincia '“ e a quelli di città.
Il rock non è morto. E neanche tu. Simbolo di tutto il nostro Novecento, tra le cicatrici, le bombe, le radio e le televisioni poi. La nuova generazione in perenne conflitto con la vecchia e i padri che non volevano le figlie in minigonna.
Happy Birthday Mister Vigo. I milanesi '“ e il resto d'Italia, forse del mondo '“ non smettono di amarti e sperare di vederti di nuovo come allora, come quando splendevi come la Madonnina sul Guglione.

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