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Camaleonti su due ruote

C'è chi dice che le cronometro siano gare per i matematici, per quelli che adorano guardare i numeri che scorrono e scandiscono nervosamente il tempo. Io, in matematica, ho sempre avuto pessimi voti. Eppure le sfide contro il tempo hanno iniziato ad affascinarmi per caso, non so neanche io quando o come. Di perché, forse, ce ne sono molti e sono tutti legati ai sensi. Il ciclismo non si gusta solo con gli occhi, coinvolge tutto, come quando si assaggia qualcosa di buono: conta tutto, i profumi, i suoni, i sapori. Anche solo quelli immaginati.

La cronometro è la sfida eterna dell'uomo contro sé stesso. Ma non solo. Ci sono una serie di riti intimi attorno a quei chilometri che vanno affrontati a tutta, che incanta. I rulli, per esempio, sono biciclette immobili e, paradossalmente, insegnano a simulare la velocità. Una preparazione quasi religiosa che si condisce di silenzio. Silenzio, anche con la musica al massimo nelle cuffie. Quel silenzio che è l'anima degli angoli solitari del ciclismo e lo si sente con l'anima, con le gambe. Le orecchie percepiscono solo il mondo fuori. E qui è tutta una questione interiore, serve altro. Serve il sudore copioso che lava tutto, lucida i muscoli, libera la testa. Serve la concentrazione quando al di là dei nastri la gente guarda curiosa il mulinare di gambe a vuoto: la bici ferma, il corridore proteso come se la gara cominciasse da lì.
E' vero. Comincia da lì. La linfa scorre fin da quella immobilità. La velocità, il tempo. Sono cose impossibili da tener strette, si può solo farsele amiche. E allora bisogna cominciare da lontano, provare a convincere il vento a stare dalla parte giusta, al corpo di aderire alla bicicletta come un suo naturale prolungamento. D'altronde, credo che la cronometro sia la prova principe della nostra capacità di adattamento: camaleonti su due ruote che adeguano la gamba ai chilometri. Soli, nella certezza che così si deve vincere. Non un traguardo normale ma una linea bianca conquistata con l'ombra del tempo alle spalle. Niente braccia alzate ma aggrappate alle appendici in un ultimo sforzo, l' ultimo colpo di coda per rosicchiare un secondo che può valere più di ore. Numeri che scorrono e nervi che non riescono a stendersi fino alla fine. Perché il primo può essere scalzato in un attimo, il modo peggiore per vedere la vittoria sfumare senza esitazioni. E allora, forse, si vorrebbe tornare indietro. Fare meglio una curva, guadagnare qualcosa in più all'intertempo, stare più fermo sulla bicicletta. E' questione di secondi, anzi a volte meno. Chi può dire dove si perdono? Ovunque. Sono come quelle cose importanti che crediamo di poco conto e lasciamo incustodite da qualche parte, vittime della nostra distrazione.
Anche quando sei in bici, anche qui, contro il tempo e contro vento serve la consapevolezza di sé stessi, assieme alla maestria di restare in bilico, nella direzione giusta.

Alla fine, gira e rigira, sono sempre numeri, cifre che scorrono. Cifre che abbiamo inventato per non perderci, per tentare di domare con sicurezza quello che ci circonda. Ma chi può afferrare tutta quella valanga di umanità che ci scorre assieme? C'è istinto anche qui, dove tutto è regolato al millimetro, perché per essere almeno quasi perfetti, senza sbavature bisogna conoscere a fondo tutti gli angoli imperfetti, conviverci e smussarli quando serve. La cronometro è fatta di asfalto e di vento. E il vento è uno scalpello invisibile, plasma grazie alla fatica e al sacrificio di adattarsi.  Un po' come il ciclismo, un po' come la vita.

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