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Canzone per un amico

La Liegi-Bastogne-Liegi ha più di cento anni, è una corsa che amano in tanti. Una di quelle fisse che magari i ciclisti puntano per un'intera carriera. Chi per impreziosirla, chi per svoltarla. Qualcuno anche per entrare nella leggenda, tipo vincendola più volte come se fosse un appuntamento al quale il destino non può dirti di no. Le côtes secche tra i paesi della Vallonia, una su tutte Saint-Nicholas che ha le mani nere dei minatori, di quelle sere in cui tornavano in superficie ed era buio uguale, proprio come quando erano andati là sotto, proprio come tutto quel tempo in una vita senza vita. Italiani venuti qua, poveri rimasti poveri.
Saint-Nicholas è malinconica e intima, parla di casa e parla di sogni nascosti chissà dove, nel nero senza luce.
Il ciclismo è così, ti apre ferite d'improvviso, lucide di sangue che non sai se si rimargineranno. Forse no. Forse la peggiore diventa una stella su quella costellazione che la strada ci ha lasciato addosso, la più grande di tutte, quella che vedi prima delle altre. La storia che racconti solo a chi ami.

Questa, di Liegi, la volevano vincere tutti. Di potenza, di prepotenza, di rabbia anche. Gli italiani in pezzi, arrabbiati con il cielo e con un dio, uno qualunque, quello a cui credono o non credono. Perché il ciclismo è così, viaggi infiniti e ti ritrovi lì, in gruppo, allo stesso modo, partenza e arrivo. Ci sono pochi gesti e tu capisci che sono veri. Gli avambracci sul manubrio, la fascia del lutto a stringere il bicipite fino a far male, che sai che è l'unica cosa che puoi sentire, neanche le gambe grideranno adesso. Neanche loro.
Questa Liegi la volevano vincere tutti. Una canzone per un amico. 
L'aveva detto Alejandro Valverdetutti i premi alla famiglia, non che serva ma è così che succede, vorresti dare ogni cosa, qualsiasi cosa per esorcizzare, per provare a capire il giro strano che fa il destino senza spiegarci mai niente di niente. 
L'aveva detto. E nessuna promessa è mai stata così vera come quell'ultimo scatto prima del traguardo. Di nuovo lui, così semplice, così naturale. Ma lo sappiamo che le vittorie non lo sono mai. 
Due dita al cielo. Non parli quando sei in bicicletta, non ne hai il tempo, ti manca il fiato, pensi soltanto, pensi così tanto. Ti restano solo i gesti, la gente li capisce tutti perché oramai ha imparato, oramai sa che il ciclismo non è lo sport dei discorsi preparati, delle grandi parole. Il ciclismo è qui, un solo gesto, una manciata di secondi e tutto il mondo capisce.

Questa Liegi la volevano vincere tutti e forse la linea bianca c'entrava così poco. Era un viaggio, più che altro. Un viaggio in parallelo a quell'altro. Una canzone per un amico. Per dire che qua si continua a vivere e a scavare anche con il buio, come vorrebbero quelli che se ne sono andati. Stessi nostri compagni con le mani nere di sogni che la vita ci concede a tratti la speranza di poter realizzare. 

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