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Car is over

Qui alla Red Hook molti ragazzi hanno una t-shirt bianca con scritto questa frase a lettere cubitali. In città è strano da dire. L'automobile, il traffico brulicante, lo smog che ingrigisce i palazzi la rende quasi nemica delle due ruote. Invece proprio dalla strada nasce la cultura dello scatto fisso. Biciclette senza freni che sfrecciano come sulla pista in mezzo alle macchine. Uno stile di vita che forse ha bisogno di essere provato per essere capito. O forse no. Forse è l'ennesimo grido di libertà, nessun freno, nemmeno alla velocità che sembra una delle cose di cui bisogna aver paura.

Il conduttore di un famoso programma inglese ha detto che la velocità non è pericolosa, è pericoloso quando ci si ferma d'improvviso. Un po' quello che pensano i ragazzi che hanno tirato fuori la vecchia bici da pista e l'hanno rimodernata per adattarla a questi folli tempi. In curva non si frena, anzi, proprio come in moto, si da una leggera sgasata. Piccoli trucchi per tenersi in equilibrio e andare più veloce nei circuiti come questo, della Bovisa.

È il secondo anno che questa corsa arriva qui, dopo New York e Barcellona. Tutto il mondo si raduna in questo quartiere della periferia di Milano, ex zona industriale, scheletro per metà abbandonato e per metà ricomposto. Un ibrido perfetto per accogliere i corridori, un grembo caldo che odora di tabacco di patatine e panini con la salamella, di birre rovesciate per caso sui marciapiedi.

La velocità è la regola sopra la regola. Spingere sui pedali, spingere forte. Complici e allo stesso tempo un po' rivali, sono il buio e le luci della città. No, non è una gara come le altre questa dove i ciclisti si trasformano in fantasmi nella notte. Scie colorate che sfrecciano e subito spariscono, una storia metropolitana raccontata da chi la passione l'ha sentita crescere dentro, pedalata dopo pedalata.

La gara vera e propria si consuma in poco più di mezz'ora ed è un vortice intenso e adrenalinico, una lotta estrema, pochi giri mangiati in un lampo tra le ali di folla che incitano e gridano. Una curva, un rettilineo e poi ancora una curva, intorno al quartiere, intorno alla notte. I compagni di squadra si incitano e si mescolano fra di loro, ad ogni giro sono un groviglio di biciclette e di corpi. Chi resta indietro è quasi perduto perché il ritmo non perdona chi non riesce ad afferrarlo. È folle, incredibile eppure credo non ci sia niente di più vero. Niente di più vero come quelli che si fanno chilometri e chilometri, sorvolando l'oceano per correre questo tempo breve e infinito. Anche solo per esserci, infilare lo scarpino, stare in mezzo alla mischia.

È un amore che non dimentichi più. Perché quelli che amano il ciclismo, su e giù dai pedali, non sono persone che si accontentano facilmente. O meglio, basta poco per farli felici: una bottiglia di birra ghiacciata a bordo strada, una campanella per tifare, una borraccia. Ma sui sogni sono esigenti. A costo anche di fare tanta fatica, di cadere, di farsi male. I sogni sono qualcosa da inseguire curva dopo curva, senza freni, alla velocità che abbiamo il coraggio di tenere.

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