Truly Made in Italy

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C'era una volta un'Italia in bicicletta. E c'è ancora.

Non c'erano ancora gli smart tv con i canali in HD quando sedici anni fa un italiano saliva sul podio di Parigi in maglia gialla. Le immagini di quel ragazzo sorridente con l'orecchino hanno fatto il giro dei nostri tubi catodici, ci hanno restituito quelle immagini imperfette che sembravano bellissime. Giallo abbagliante, forse troppo. Che non avevamo mai davvero visto sui Campi Elisi. Perché nel 1965, quando Felice Gimondi salì sul gradino del Roi, la televisione non aveva i colori e ancora prima, quando Gino Bartali riunì l'Italia dopo l'attentato a Togliatti, le cronache si sentivano alla radio e si leggevano sui giornali il mattino dopo. Sei sono gli italiani che hanno vinto il Tour de France prima di Nibali. E lo hanno fatto in modo sempre diverso, essendo diversi tra loro. Per carattere, per testa, per pedalata. Forse siamo noi che in questi impeti di orgoglio non cambiamo mai. Nonostante tutto subiamo ancora il fascino di quella maglia gialla. Che non è solo una maglia in questo ciclismo che vive di simboli quasi sacri ma è anche un'istituzione. C'era una volta un'Italia in bicicletta che le macchine le associava ai signori e per andare a prendere il pane e il giornale pedalava fino al paese portandosi il cestino sul manubrio. C'era una volta e forse c'è ancora. Perché questa volta la maglia gialla ci ha uniti sotto due bandiere, la nostra e quella del ciclismo. Forse, tra qualche giorno, si tornerà ancora a parlare dell'Italia nel pallone, non solo nel senso dello sport. Vincenzo Nibali continuerà a correre e noi a seguirlo, mentre la bufera mediatica si spegnerà piano piano. Eppure la bicicletta ha il linguaggio delle cose vere, autentiche, che restano: parla senza far rumore, lo fa con i cuori semplici destinati a diventare grandi. E forse lo fa anche con tutti noi, che abbiamo voglia di evadere da questa vita pre impostata. La maglia gialla continua ad essere un affascinante racconto per chi la sa ascoltare. Qualche bambino, forse in Sicilia o forse al di là dell'Oceano avrà guardato con i suoi occhi grandi quell'omino magro sul podio di Parigi e avrà pensato che forse, un giorno, vorrà fare anche lui il ciclista, cercare di pedalare verso un sogno. Prima piccolo e poi grande, sempre di più. Perché le speranze non hanno limiti, siamo noi che costruiamo troppi confini. C'era una volta l'Italia in bicicletta e c'è ancora. Forse anche per chi, il lunedì dopo il Tour l'ha sconfitto prendendo la bici impolverata dal garage e andando al lavoro su due ruote, nel traffico di una città grigia di smog. Piccoli Nibali quotidiani con la giacca e la cravatta. Perché il ciclismo è così, ti resta a piccole gocce nella vita di tutti i giorni, come un retrogusto di qualcosa che ti hanno insegnato e non si dimentica più.
Le rivoluzioni partono dal basso. Soprattutto quelle buone. Avere la maglia gialla è un piccolo moto d'orgoglio per un Paese bello come il sole ma che spesso fa fatica a dare fiducia ai sogni. Qui, i sogni di Vincenzo, sono stati il motore per le sue gambe.

Siamo ancora un paese in bicicletta, innamorati della libertà. Questa maglia gialla ci ha fatto sentire ancora un po' uniti, stregati dal fascino di quella vittoria goduta in mondovisione. E' il nostro made in Italy: tanta meticolosità, tanto coraggio, tanto cuore. Perché ci siamo commossi tutti davanti al podio di Parigi, mentre l'Inno suonava nel silenzio di quella folla sugli Champs Elysees. Siamo ancora gli stessi e forse abbiamo paura a dimostrarlo. A dimostrare che sotto le carte della nostra burocrazia e delle bollette da pagare, il Tour ha smosso quello che siamo, come solo il ciclismo sa fare.

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