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Charly Gaul, l'angelo della montagna

Charly Gaul, soprannominato "L'Angelo della Montagna". La storia di un'esistenza difficile, sempre in fuga dalla solitudine, segnata da un talento purissimo e da quella leggendaria maglia gialla al Tour de France 1948.

Tour come quello attuale, con nemmeno 40 km a cronometro, sono davvero una rarità. Per gli scalatori puri, anche a i tempi del ciclismo eroico di Coppi e Bartali, vincere in Francia non è mai stato semplicissimo, nemmeno per chi come Charly Gaul è stato quasi unanimemente definito come il più grande scalatore di tutti i tempi. Per il lussemburghese, l'anno buono è stato il 1958, esattamente trent'anni prima del successo di Marco Pantani, del quale diventerà tifosissimo e col quale condivide oltre alla capacità di andare forte come nessun altro in salita, anche gli anni difficili tra depressione e solitudine.

Il rapporto tra Gaul e il ciclismo non è mai stato semplicissimo, visto che allenarsi gli è sempre pesato molto, a tal punto che una volta iniziò un Tour de France con soli 80 km di allenamento nelle gambe. Quando aveva la luna storta, e non poteva fare a meno di allenarsi, lo faceva a ritmi davvero blandi, girando a non più di 20 km orari. Nonostante questo è riuscito a scrivere pagine storiche del ciclismo come quella sul Bondone al Giro 56, quando sotto una tormenta di neve, spinse il suo fisico oltre ogni limite di sopportazione e andò a prendersi quella maglia rosa che poi lo consacrò e lanciò tra i grandissimi della storia. 


L'inizio del Tour 1958 non è dei più facili, in salita fatica abbastanza ma a crono va fortissimo e si impone nelle prime due prove contro il tempo in programma: a  Châteaulin dove batte Anquetil per 7" e sul Mont Ventoux  dove recupera e stacca inesorabilmente quel Luison Bobet, che al Giro 1957 gli aveva fatto lo sgarbo di attaccarlo mentre era fermo a fare pipì.

La vendetta su Bobet si consuma definitivamente nel tappone di Aix-les-Bains, quando gli aveva preannunciato che sarebbe partito sul massiccio  delle Chartreuse. Anche questa tappa è segnata dal maltempo con freddo e neve, condizioni che a Charly non dispiacevano affatto. Al traguardo tra Charly e Geminiani, che indossava la maglia gialla, ci sono 12'20".
Per vestirsi di giallo non basta ancora, visto che a riprendersi la maglia di leader è l'italiano Vito Favero. Per uno strano caso del destino, pur parlando di un formidabile scalatore, Gaul, la maglia gialla se la va a prendere nella crono di Dijon al penultimo giorno di gara. La vittoria del Tour sarà il momento di massimo splendore della carriera del lussemburghese che per assurdo, da miglior scalatore, lo vinse principalmente a cronometro.

Dopo il Tour sarà ancora ai massimi livelli per due,tre stagioni, riuscendo a vincere nuovamente il Giro nel 1959, e di chiudere sul podio il Tour nel 1960, prima di vedere la sua carriera eclissarsi rapidamente anche a causa di un carattere sempre più difficile e di una vita giù dalla bici sempre più caotica.
Nel 1965 avrebbe ancora voglia di correre ma quando si presenta al Tour per chiedere al patron Jacques Goddet di trovargli una squadra, trova tutte le porte chiuse e se ne torna in Lussemburgo buttando la bici e non attaccando mai più un numero sulla schiena.

Tra matrimoni falliti, investimenti sbagliati e porte chiuse nel mondo del ciclismo, trascorre anni difficiliche lo porteranno a vivere da eremita, in un bosco, dal 1969 al 1983, a tirarlo fuori dal bosco e dal buio interiore è una donna, Josée, che fa volontariato nella zona in cui vive Charly. Poco a poco i due si innamorano e si sposano, con Josée che gli darà una figlia.

Col passare degli anni il fisico di Cahrly è sempre più debole e l'Alzheimer, abbinato ad un continuo senso d'inquietudine non gli danno tregua. Le ultime uscite pubbliche sono davvero tristi, nel Febbraio 2004 a Cesenatico, partecipa ai funerali di Marco Pantani ma è ormai un uomo distrutto dal dolore che non riesce più nemmeno a parlare. L'ultima uscita pubblica è il 16 ottobre 2005 su quel Bondone che lo aveva consacrato anni prima, ma ormai "l'Angelo della Montagna"  non riesce nemmeno più a camminare e la sua vita è agli sgoccioli. Il 6 dicembre 2005, in un altro curioso incrocio del destino, esattamente due anni dopo "El Chaba" Jimenez, altro grande scalatore con una vita difficile, si lascia alle spalle patemi e sofferenze e si consegna alla leggenda.

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