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Ci sono estati...

Le cicale nel caldo torrido del primo pomeriggio, tra i campi dove la terra è rotta dal sole e poi le stelle nell'aria quasi fresca della sera coi grilli e qualche civetta lontana. Ci sono estati che arrivano prepotenti come un incanto improvviso. 
Ci sono estati che scrivono gli amori, li disfano, li rifanno. Ci sono estati che decidono destini. Ci sono estati fortunate che forse non potranno ripetersi mai più.

Federico Bahamontes, adesso che non fa più il corridore, mi ricorda un personaggio preso da certe pagine dei romanzi di Gabriel Garcia Marquez. Un signore dai capelli grigi, alto e magro, certo distinto nei discreti segni degli anni passati su di lui. E' facile immaginarlo seduto in una veranda all'ora della siesta, con gli occhi chiusi senza dormire. Tutt'attorno qualche fruscio di un volatile nascosto tra i rami e i fiori.
Nell'estate del 1959, Federico Bahamontes aveva trentun anni, un amore innato per la montagna e il terrore della discesa. Frenava persino con i piedi e a volte si fermava quasi fosse preso dal panico. Ci sono estati, però, che danno coraggio. E che forse hanno la giusta combinazione astrale per far sì che qualcosa di bello possa accadere.
Nato a Toledo in un giorno di luglio del 1928, Federico passò al professionismo a ventisei anni. Questo perché nessuno riusciva a pensare a un futuro concreto per un corridore che volava in salita e frenava in discesa. Gli anni passati al fianco di gente come Charly Gaul li passò a collezionare Gran Premi della Montagna. Scalatore d'oro, senza speranze di uscire da quel ruolo che non era poi così terribile.
Eppure certe estati sono fatte per sognare ad occhi aperti. Come quella del '59. Durante la tappa del Tour che arrivava a Grenoble, decise che per quel giorno la discesa poteva essere meno nemica. E arrivò al traguardo con un distacco incredibile sugli avversari in classifica generale. Si prese la maglia gialla e se la portò fino a Parigi. Il primo spagnolo sul gradino più alto del Tour de France. Altri spagnoli saliranno lassù e guarderanno la città dall'alto ma a lui spetterà sempre l'onore di essere stato il primo
Quell'estate. A Parigi. Una cosa che non si dimentica.

Ci sono estati in cui tutte le paure si dissolvono come la calura con l'arrivo della sera.
Ci sono estati che sono come ritorni e altre che sono un addio dolce e silenzioso. Come quello che Federico Bahamontes disse al ciclismo. A suo modo. Lui che sentiva la montagna una cosa sua non poté sopportare di essere staccato da altri sul Puy de Drome durante il Tour dell'estate 1965. Qualcuno dice che si fermò all'ombra di una quercia a riposare e poi, quella sera stessa, prese il treno per Toledo e tornò a casa.

Non credo sia stata una questione di orgoglio. E' solamente quello che fanno certi spiriti liberi quando sanno di avere dato tutto quello che potevano e di aver amato la propria strada immensamente, preferendone le asperità alle dolcezze.
Ci sono estati che hanno i profumi dei fiori durante le ore più calde e il silenzio dell'ora della siesta. Ci sono estati fatte per ricordare ad occhi chiusi senza dormire. Pensare a un ragazzo che volava come un'aquila e non voleva mai tornare a bassa quota. Un ragazzo che un giorno si buttò a capofitto nella sua paura.
E vinse.

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