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Ciclismo: quello che serve per vivere

Ci son piccole grandi cose che non smettono di affascinare. Il cuore, le vene che pompano sangue, la macchina complessa eppure fragile di quello che siamo. Non ti ci abitui mai, all'idea che tutto funzioni davvero così. Un battito lieve come due ali di farfalla che non si possono fermare neanche per un attimo.
Cosa serve davvero per vivere?
A chiederlo, un mucchio di cose. Troppo assordanti per quel battito.
Il ciclismo è uno sport dalla vita complicata, un'altalena perenne tra la luce e il buio. Mai una senza l'altro. Uno yin e yang perenne che a qualcuno dà fastidio. Alcuni si stancano, altri continuano ad amarlo per un motivo preciso: a guardare lo yin e lo yang dalla giusta prospettiva ci si accorge che è un intero.
D'altronde tutti abbiamo le nostre ombre, basta un po' di amore per riuscire a sopportarle. A volte anche a sconfiggerle.

Il ciclismo è uno sport che difficilmente ha cantori che lo amano senza riserve. Ãˆ strano però è vero. Forse perchè è più facile sfondare una porta già aperta. Il doping, per esempio. O i motorini. O le confessioni figlie di marketing. Metà leoni e metà conigli. Va sempre a finire nello stesso modo. Forse perchè anche noi, alla fin fine, siamo tutti così: al bar preferiamo parlare di questo.
Persino le querce secolari dopo mille tentativi vengono abbattute eppure questo sport riesce a resistere a tutti i boscaioli del mondo. Anche salvarsi è una cosa complicata, specialmente quando lo si fa da soli.
Cosa serve per vivere, per vivere davvero? Cosa serve per resistere alle tempeste? Cosa porteremmo di nostro dentro l'uragano per uscirne indenni? Forse solamente quello che permette al cuore di continuare a battere. La linfa vitale del nostro nucleo. Il ciclismo ha bisogno di molte cose, è vero. Di gente che investa con passione; di persone che, dopo aver dato tutto, ammettano il dovere quasi sacrosanto di lasciare spazio ai ragazzi, a nuove idee, a nuovi orizzonti; di meno razzismi ma soprattutto di meno maschilismi; di meno accuse che sistematicamente si porta via il vento, di più amore.
Ma più di tutto ha bisogno di tenersi quelle poche e fondamentali vie che portano la linfa al nucleo. Che sono quelle più semplici e allo stesso tempo indistruttibili. Come un bambino che chiede l'autografo a un ciclista a volte senza neanche sapere chi sia. Un po' per gioco, un po' per orgoglio. Un po' perché li sentono come i loro eroi. Che male ci sarebbe? Siamo noi ad aver attribuito a questa parola un alone di santità. I ciclisti che i bambini rincorrono per una borraccia insegnano soprattutto una cosa: ad innamorarsi. Dei gesti, delle piccole cose, della gentilezza. E a chi ci insegna la passione dobbiamo molto.
Il ciclismo è come un caleidoscopio, va visto con la luce del sole, non di certo tenendolo rivolto verso terra. E questo, la gente che lo ama lo sa. Così ci si salva.

Di sicuro vivere e sopravvivere non sono la stessa cosa. Però si è abituati anche a questo, anzi forse soprattutto a questo. A stringere i denti, in bicicletta e anche giù. Tante volte i ciclisti sembrano albatros come quelli di Baudelaire. Con gli scarpini attaccati ai pedali volano da padroni del cielo, ma per camminare sull'asfalto sono così scomodi, sono quasi un impiccio. Materialmente e metaforicamente. La loro vera forza è stare in equilibrio sulla bicicletta. E forse è così che sperano di vincere queste battaglie invisibili. Che son più stronze di qualsiasi arrivo perché almeno la linea bianca sai dov'è. Ma tutte queste accuse sembrano una voragine infinita. Nessuna linea all'orizzonte, nessuna transenna a cui ti puoi appoggiare e asciugare il sudore. Nessuno che ti guidi fino al pullman, fino a una doccia calda dopo un giorno di montagna. Perché le battaglie più difficili sono quelle nelle quali non riesci ad individuare l'avversario. A volte i nemici sono persino quelli che ti sorridono ad ogni arrivo e ad ogni partenza e non riescono a scrivere una pagina che parli di sport autentico senza intortarla delle solite cose.

Quello che serve davvero al ciclismo per vivere, forse, è solamente una cosa: mantenere quel legame tra i ragazzi che corrono e la gente che li guarda correre. Un filo invisibile e indistruttibile, come quello che tiene legate, alle volte, due persone lontane che si amano. Togliete la gente dalle strade e il ciclismo morirà, lentamente magari, proprio come quando in primavera si potano i rami sbagliati e la linfa non arriva più a nutrire i frutti. Perché tutto, alla fine, arriva da lì. E' una bilancia: da una parte i corridori e dall'altra gli spettatori. In mezzo una transenna. Il resto viene da sé, è la regola dello share.
Che alla fine, questo, non è solo il segreto per sopravvivere. Ma anche quello per fare uscire questo sport dalla nicchia dove l'hanno recluso: non è un ambiente per pochi eletti, al contrario la bicicletta ha sempre insegnato spontaneamente la condivisione anche in pieno agonismo.
Forse è questo l'errore che facciamo: guardiamo lo ying e lo yang dalla prospettiva sbagliata. Troppo nero o troppo bianco. Nella vita non funziona così. La bicicletta è anche stare in equilibrio tra ombra e luce e, d'altronde, l'armonia è uno dei principi fondamentali per raggiungere qualsiasi traguardo, qualsiasi vittoria.

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