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Cima Coppi: il più possibile vicino al cielo

Il ciclismo ha un rapporto strano e sacro con la montagna. Un legame antico, come antiche radici di un albero centenario che affondano nella terra brulla delle cime. Un vincolo profondo ed inossidabile che, in fondo, tocca tutti. Persino quelli che la montagna la soffrono più degli altri, che la odiano e poi finiscono per volerle bene, quando arrivano in alto. Un po' perché è finita, un po' perché dai vetri oscurati delle ammiraglie si vede bene e con calma tutta la strada percorsa e la dolcezza della sera che scende giù nella valle lontana che fa contrasto con la cattiveria del mal di gambe. D'altronde questo è uno sport così, di vie di mezzo ce ne sono veramente poche. Il dolore e la pace si mischiano sempre con l'aria rarefatta, con l'odore di resina dei pini e del camino dei rifugi che persino in giornate di maggio restano accesi. 
Alla fine gli vuoi bene, quando ti viene da piangere perché l'ultima curva non è mai l'ultima e vedi la gente che si sbraccia, su un versante o su un altro, di qua e di là dalla strada. Pellegrini che sono saliti fin lì anche per te. 
Forse è questa la magia, collegare a doppio filo due solitudini.

La Cima Coppi è stata istituita nel 1965 anche se qualcuno dice che la sua leggenda è nata prima, molto prima, in un giorno che doveva essere di quasi estate e invece sullo Stelvio c'era ancora la neve. Fausto il Campionissimo e le sue leggende: la sua fuga memorabile, i cinque minuti su Koblet, il silenzio degli zig zag di quella montagna, secchi come lance silenziose che arrivano diritti alle gambe. Non fanno rumore, fanno male. Come molte cose, come molte altre cose. 
Lo Stelvio è questo. E il Giro d'Italia lo sa. Ecco perché quell'istituzione. Ecco perché la cima più alta della corsa rosa cambia di edizione in edizione ma, per i puristi, resta sempre una. Una su tutte. Duemilasettecentocinquantotto metri. E i versanti impassibili che da anni assistono alle tappe e alle loro storie, la strada come una incisione sottile e crudele. Di nuovo la corsa passerà da qui, di nuovo lo Stelvio sarà la Cima Coppi, per un altro anno e per un altro ciclista che scollinerà per primo.
Non importa quanto sarà il vantaggio, le imprese sono fatte del significato che gli diamo noi. Ecco quello che conta, al di là dei trofei e dei riconoscimenti. E' sempre stato così e difficilmente il ciclismo cambierà questa sua attitudine: la sfida con sé stessi è più importante di ogni cosa. Ed è forse lo snodo più complicato che esista, perché vuol dire combattere con le nostre paure e con i nostri angoli bui. Vuol dire grattar via le umiliazioni da soli, come ferite da asfalto sotto la doccia dopo una gara. Vuol dire accettare e vuol dire illudersi e vuol dire crederci sulle basi di niente.
Forse è questo che fa la bicicletta, e lo fa persino meglio della vita. Ti porta verso il punto di non ritorno, per capire che un ritorno esiste sempre. Dopo lo scollinamento non c'è mai il vuoto.

Di sicuro la Cima Coppi ha un significato molto più profondo di quello che si creda. E' il punto più vicino possibile al cielo. Il punto più alto che possiamo raggiungere. Per stavolta. Perché lo sport che sentiamo addosso come una seconda pelle lo sa meglio di noi, che possiamo alzare quell'asticella. Ancora e poi ancora forse. Basta chiudere un attimo gli occhi, ricordare cosa vuol dire avere una passione autentica che da un senso a questo viaggio inutile, e i limiti sono già più eterei, come l'aria che si respira su certe cime. 
Ecco cosa. Più vicino possibile al cielo, più vicino possibile a quello che siamo davvero.

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