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Corri, ragazzino

Dicono che questo sia il golfo più bello del mondo. La Spezia, il mare e una tappa del Giro d'Italia senza tregua. Salite, discese e poi ancora salite e curve. Pianura zero.
Un chilometro prima della salita finale scatta un ragazzino di ventidue anni che ne dimostra diciotto e in bicicletta è magro ed elegante come un fenicottero in volo. Dietro di lui Visconti e Moinard, più dietro ancora Aru e Contador. Il momento giusto è qualche cosa come una scintilla che scatta dentro. O forse no. Forse nel ciclismo sei talmente abituato ad ascoltare l'istinto che vai e basta. La fortuna farà il resto.

Lo scatto di Formolo sembra quello buono. Anche se lui è da solo, è uno scalatore e questo non è un arrivo in salita. Questa è una tappa strana. Una montagna prima del traguardo e poi tutta dritta fino alla linea bianca. Undici secondi. Ancora pochi. La bocca aperta nello sforzo, il corpo lanciato ancor più della bicicletta. Ancora più secondi, ancora più lontano. Un piccolo vuoto da mantenere per una manciata di chilometri. Corri, ragazzino. Pedala più forte. Corri perché i secondi volano via troppo veloci. Aggrappati a quel vantaggio. Corri. Sfida la discesa, piegati sul manubrio, accovacciati sul telaio, resta in bilico. Ancora di più.
Trenta secondi.
Corri, ragazzino. Per inseguire questo sogno devi andare più forte, devi mangiarti quel tratto di pianura come se fosse una tua salita, come se stessi arrivando in vetta da solo. Corri, ti aspetta il solito abbraccio di gente del Giro. La prima volta qui, la prima vittoria da quando sei tra i professionisti.
La testa leggermente abbassata a guardare indietro, tra gomito e fianco. Il luccichio di una catenina al collo. E all'orizzonte i due inseguitori. Ma la linea bianca è lì. Pochi metri. Le braccia al cielo. Un'esultanza come tante che non è uguale alle altre.
Mi sono divertito, dirà poi. E qualcuno potrà fermarsi lì, pensando che come al solito l'importante è prendere la bicicletta come quando si era bambini. Un gioco. Eppure a quale bambino piace giocare al gioco della fatica?
La verità è che il vero divertimento, nel ciclismo, arriva dopo i sacrifici, le rinunce, gli inseguimenti a vuoto. Se chiedessimo ad ogni vincitore cosa mai ci sia dietro la vittoria risponderebbe sempre pressappoco allo stesso modo e forse, quella risposta, sarebbe incompleta.

Il ciclismo è un divertimento da uomini o da ragazzi maturi. Perché sulla bici cresci in fretta e sai che niente ti viene regalato. Davide Formolo, Roccia per gli amici oggi hai corso così forte che tutti gli italiani si son sentiti sulle strade con te, anche quelli che erano al lavoro e uscendo hanno sentito che avevi fatto un'impresa da tappa di grandi montagne. Hai corso così forte che per noi ora sei un amico, un figlio, un orgoglio.
E scusaci se ci prendiamo tutta questa confidenza. Ma il ciclismo è uno sport di popolo, a volte un po' sfrontato ma così buono nella sua spontaneità.

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