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Diesse

Ci sono padri che, per tutta una vita, non lo saranno mai. Ci sono padri che pur non avendo un legame di sangue con i ragazzi che trattano come figli, lo saranno per una vita intera. Nel ciclismo servono maestri. Anche se a volte servono di più padri. Che amano, che rimproverano, che perdonano.
Forse qualcuno dirà che c'è troppa retorica. Eppure un direttore sportivo è una figura solida come quella di un genitore. O meglio, dovrebbe esserlo. Sì perché questo è uno di quei mestieri dove ci sono solo due strade: o lo fai con passione e allora sbagli sì, ma impari; o lo fai come un qualunque altro lavoro. Un po' come le maestre d'asilo che non amano i bambini. Non capita così spesso, ma succede.
Il rapporto tra il corridore e il suo direttore sportivo è un legame strano, a volte così profondo, a volte così fragile. Perché in questo mondo non si sta in bilico solo sulla bicicletta ma anche su tutto il resto. I risultati, quelli che arrivano e quelli che non arrivano. La stanchezza. La sventatezza. I momenti di popolarità assoluta e quelli di solitudine completa. In mezzo, la frenesia delle gare, le mattine intense, adrenaliniche, le sere in cui sai di avere dato tutto e sai anche che non è servito a niente. Serve qualcuno che ribalti le prospettive dopo averti spiegato una strategia che è svanita perché le gambe non erano d'accordo. Serve qualcuno che ti scuota, che ti parli forse.  D'altronde siamo sempre alla ricerca di un Nord verso il quale puntare una bussola. Non è detto che nella vita ne esista solo uno, specialmente per chi è abituato a viaggiare sempre, a cambiare continuamente strada per inseguire un arrivo.

Certe parole, certi insegnamenti rimangono dentro perché il ciclismo è così: in un modo o nell'altro ti incide dentro le lezioni che contano, quelle che ti devi ricordare. Al momento giusto ti accorgi che quell'incisione è un consiglio. Per questo succede che certi corridori e certi diesse, seppur divisi, restino uniti come prima. Padre e figlio. Anche se la squadra è un'altra. Anche se altri gli danno consigli, anche se altri gli parlano dall'ammiraglia. Resta quel filo invisibile che poi, ogni tanto, viene fuori.
Tutti sapevano che Enzo Ferrari non avrebbe lasciato correre Gilles Villeneuve per altre scuderie. Gli voleva troppo bene. Qualcuno lo rimproverava di esagerata indulgenza ma questo poco importa. Tra gli sport esiste, talvolta, qualche punto in comune. La fatica, per esempio. La passione, di sicuro. Il bene, anche. Chi corre e chi corre a fianco, in tutti i modi possibili.

Il ciclismo ha bisogno di padri e un po' meno di giudici. E forse, piano piano, qualcuno si sta accorgendo che il ciclismo ha bisogno anche di madri. Di quelle toste, che sanno spronare e allo stesso tempo parlare con delicatezza. Il ciclismo ha bisogno di nuove prospettive, nuove visioni, nuovi modi di pensare la vittoria.
Vincere, allora, sarà ancora più bello. Ancora più vero.

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