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Eric De Valeminck e il numero sette

Se il silenzio di Eeklo potesse parlare, racconterebbe lui stesso la storia di Eric de Vlaeminck. Parlerebbe del fango, del fuori strada, del cross. E d'altronde che cosa si può dire quando qualcuno se ne va per sempre?
Ho sempre pensato che per fare un ritratto a qualcuno, in parole o in colore, bisogna scovare il nocciolo. E il fulcro di noi stessi sta sempre nelle cose che amiamo più di tutti.
Eric, nella vita, amava il ciclocross più di tutto. Era fratello di RogerMonsieur Roubaix, leggenda del pavè, ma non è mai vissuto nella sua ombra. Nessun fratello si merita l'ombra dell'altro. Erano simili, non avevano solo lo stesso cognome ma anche la stessa vocazione. Lo stesso sangue e lo stesso attaccamento alle strade sconnesse, all'aria gelida del Belgio.

Se la terra di queste campagne potesse parlare ora di Eric, nel freddo di un pomeriggio di dicembre, racconterebbe di quel ragazzo che a ventuno anni vinse il Campionato del Mondo di ciclocross. La prima stagione da professionista. La prima maglia iridata. La prima di sette. Sette che è un numero magico, il numero della solitudine e dell'equilibrio perfetto. Sette volte campione. Sette volte di seguito. Il ciclocross è strano, ruvido, forse adatto a certi animi in bilico tra la riflessione e l'impulsività. Una disciplina d'istinto ma anche di resistenza, di cuore e di gambe. Strisci nel fango come una guerra, voli come un aquilone.
Sette sigilli su quell'amore inquieto.
Sette.

Se le strade del Belgio potessero parlare, racconterebbero di Eric senza bicicletta. Di lui sull'ammiraglia nazionale e di quello che fece per i ragazzi, per farli splendere nel fango. A lui devono tanto, forse devono tutto quello che sono oggi. Perché i maestri attenti sono rari e quelli dai quali prendere esempio ancora di più.

Se il cielo livido di un giorno come tanti sopra a quel paesino sul fiume potesse parlare, racconterebbe le storie più fragili di Eric. Di suo figlio perduto a soli ventisei anni. Anche lui sulla bicicletta da cross. Il dolore profondo che il ciclismo insegna ad affrontare in silenzio e con dignità.
La sofferenza degli ultimi giorni, di quella Coppa del Mondo vista e non vista in televisione.
Sette, un numero semplice per ricordare tutto. Perché se Eric non c'è più, quello che ha amato rimane per sempre a parlare di lui.
Sette, come i colori dell'arcobaleno.
In terra e in cielo.

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