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Eric de Vlaeminck, il re dell'inverno

Eric De Vlaeminck ha vinto sette campionati del mondo ciclocross nella sua carriera e a soli ventuno anni fu l'iniziatore dell'egemonia belga nel fuori strada.

Aveva ventuno anni, veniva da Eeklo, un piccolo paese delle Fiandre, suo fratello Roger sarebbe diventato una leggenda. E lui anche, a modo suo. 
Dall'infanzia vissuta in una roulotte, a guardare il cielo ogni giorno e decidere se uscire con la bici da strada o con quella da cross, fino ai sette titoli mondiali, la sua vita è sempre stata un controverso ottovolante: periodi trionfali e tremendamente bui, in mezzo il vuoto delle sue piccole maledizioni, la vocazione perenne per il freddo, il fango. Il re dell'inverno che cambiò per sempre la scena del cross internazionale che allora era dominata da svizzeri e olandesi. Arrivò lui, nel 1966, un ventenne con i quadricipiti scolpiti nel marmo, gli occhi grigio-azzurri nascosti dai lineamenti duri e diciannove gare vinte durante la stagione precedente. Poco niente se si pensa che quella mattina a Beasain, in Spagna, diventò il primo belga ad indossare la maglia arcobaleno in quella specialità e cominciò letteralmente una nuova era. Dal 1968 fino al 1974 la sua fu un'egemonia assoluta, si confermò campione del mondo per sei anni di seguito fino a quando venne sconfitto dal connazionale Albert Van Damme.

eric de vlaeminck

Il passaggio, in ogni caso, era avvenuto. Anche se Eric continuò ad essere un corridore diviso tra la sua stessa rivoluzione e la tradizione di allenarsi seriamente per due discipline, strada e cross. Infatti vinse un Giro del Belgio, una tappa al Tour e ottenne buoni piazzamenti nelle Classiche, destinate a suo fratello minore. Niente segnava il passo delle stagioni allora, se non il freddo, la pioggia o il sole. Sciamani del ciclismo che forse adesso non sarebbero completamente capiti, che davano tutto e forse volevano tutto, come un cerchio, come una ruota che gira senza una fine. 

Come spesso succede, Eric non fu mai in grado di lasciare quello che amava e per tredici anni guidò la Nazionale di ciclocross e con lui i ragazzi ottennero qualcosa come ventinove medaglie, un periodo glorioso, segnato come una voragine da quel nero novembre quando suo figlio Geert ha un attacco di cuore su un circuito di ciclocross e lui assiste impotente, senza riuscire a fare nulla per salvarlo. Una ferita così, come non ne aveva mai avute, profonda e crudele, senza ritorno, senza guarigione.

Un giorno in paradiso e l'altro all'inferno e poi ancora su, come sulle montagne russe, risalendo o precipitando all'improvviso. Come in bicicletta, in mezzo al fango e poi in sella, senza fermarsi, senza avere il tempo di pensare. Dicevano che fosse talmente abile da riuscire a pedalare per chilometri sui binari di una ferrovia senza scivolare. Leggende, o forse no. Maledetto equilibrio che ci salva o ci uccide. Maledetta bravura nello stare sui pedali sempre, qualsiasi cosa succeda, qualsiasi vento o neve o gelo arrivi da Nord. 
Se ne è andato d'inverno Eric, qualche anno fa, lui che di questa stagione era stato l'imperatore assoluto e che continua ad esserlo, anche adesso che i belgi sono i padroni del fango e non dimenticano chi gli ha fatto scoprire il vero sangue che scorre nelle loro vene, chi li ha fatti sentire così: combattenti feroci, innamorati pazzi.

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