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Fausto Coppi, la caduta dell'angelo

Era una notte di gennaio quando Fausto Coppi lasciò per sempre la vita che aveva reso leggendaria con le sue imprese. Quest'anno ricorre il centenario della sua nascita e il suo spirito resta più vivo che mai.

A volte non sono le imprese ma gli anni di buio che raccontano le personalità controverse dei campioni. Per il ciclismo questo forse vale ancora di più, uno sport dove la sofferenza ha un ruolo sacro, dove si costruiscono le vittorie sulle privazioni. Lo sapeva bene, Fausto Coppi, airone sgraziato e bellissimo, lieve sulla bicicletta, con quello sterno da uccellino che sembrava avergli messo un marchio del destino sull'esistenza: sei fatto per volare.

Ma uno come fa a volare senza ali? Se lo chiede solamente chi il ciclismo non l'ha conosciuto a fondo, chi non sa che gli scalatori conoscono il segreto degli angeli per avvicinarsi al cielo. E' una scala verso il paradiso la montagna, per loro. E anche Fausto lo sapeva. Lui che su questa terra nascondeva il suo sguardo con gli occhiali neri e sorrideva in quel modo in cui sorridono quelli che devono allontanare la tristezza. Tutta quella della sua vita fuori dalla bicicletta, la prigionia durante la guerra, il matrimonio scandaloso con Giulia in Messico, la tragica perdita del fratello Serse. Tanto nera la sua storia, quanto limpide le sue fughe da lontano, come quella Cuneo-Pinerolo incisa nella storia con le parole del telecronista che divennero le più famose di sempre, in una giornata che sembrava come sempre.
Un uomo solo al comando. 

E cosa poteva fare uno come Fausto sulla bicicletta se non fuggire?
Cinque volte il Giro d'Italia, due il Tour de France, tre la Milano-Sanremo, cinque volte il Giro di Lombardia. Vinse come un pazzo. Ma la gente non lo sa che le vittorie non c'entrano niente con la felicità. Il trionfo barattato con il resto. A Fausto piaceva l'istante in cui bisognava scattare, quel magico momento in cui te ne andavi e basta. E come tutte le stelle comete, anche la sua esplose nel cielo improvvisamente senza fare rumore. La notte del due gennaio, l'airone se ne andò per sempre a soli quarant'anni, per una forma acuta di malaria contratta in Africa.

fausto coppi

Questo contribuì non poco ad aprirgli le porte della leggenda, anche se i suoi occhi si chiusero su un mondo che lo considerava un idolo. Piangeva la gente a vederlo, a guardarlo pedalare, scriveva sui muri W COPPI come quando uscivano coi coscritti, come quando '“ più tardi '“ avrebbero fatto la rivoluzione. La pace e la guerra a darsi la mano, così è stato per tutta la sua vita.

Per tutti quella gelida notte di gennaio segnò la caduta di un semi-dio e forse avevano ragione. Ma Fausto aveva solo fatto quello fanno tutti i campioni: cose normali in modo eccezionale. Staccare tutti, andarsene da solo, mettere la fatica disumana tra lui e i pensieri. Volare come gli era stato predetto. Volare senza ali.

 


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