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Forte, grintoso e... nel cuore della gente

Smettere quando si è ancora competitivi, per uno sportivo, è probabilmente il miglior modo per lasciare un ottimo ricordo di se e di ciò che si è stato. Ed è proprio questo che ha fatto Cadel Evans, lo scorso 1° Febbraio, quando al termine della Cadel Evans Great Ocean Road Race, ha appeso la bici al chiodo. 

In carriera ha vinto tanto ma non tantissimo anche se  Tour, Mondiale, Freccia, Tirreno e Romandia sono un bottino che per la maggior parte dei ciclisti è solo un sogno irrealizzabile, ma per Cadel sono il minino indispensabile se ripensiamo alle tante occasione perse o alle cocenti sconfitte che però non ne hanno mai fiaccato lo spirito o la voglia di continuare ad inseguire i traguardi più prestigiosi.
Un po' tutta la sua storia è costruita su dolorose sconfitte e la capacità di superarle come se nulla fosse e riproporsi in quelle stesse corse senza le paure o i fantasmi del passato.

Dopo i successi in MTB è al Giro 2002 che si fa conoscere dal grande pubblico. In una Mapei orfana di Stefano Garzelli, tocca a lui fare classifica e un po' a sorpresa a 4 tappe dalla fine si ritrova in maglia rosa. Il suo sogno non dura nemmeno 24 ore perché nell'ultima tappa di montagna, sul Passo Coe, vive un vero e proprio incubo, vuoi per la tensione, vuoi per l'inesperienza, va in crisi di fame e fatica ad andare avanti. Potrebbe mollare e ritirarsi, tanto nessuno gli chiedeva niente alla vigilia di quel Giro, ma Cadel non scende dalla bici e termina quella tappa a 17' dal vincitore. Addio sogni di gloria ma la sensazione che il futuro sia dalla sua parte è quasi una certezza. Dopo questo promettente inizio con la corsa rosa, al Giro lo rivedremo solo dopo tanti anni, perché, nel frattempo, il Tour diventa la corsa dei suoi sogni, la sua ossessione. Dopo i due secondi posti nel 2007 e nel 2008, si inizia a pensare che Cadel è sì bravo, ma che non abbia le stimmate del campione, che sia destinato a rimanere uno dei tanti perdenti di successo dello sport.

L'anno di svolta è il 2009, l'ennesimo assalto al Tour va malissimo, quando iniziano le salite Cadel sembra vuoto, demotivato, come se si portasse dietro i piazzamenti degli ultimi 2 anni. Per fortuna è solo una battuta a vuoto e già alla Vuelta torna quello di sempre, forte, grintoso e... battuto, stavolta è una foratura a fregarlo. L'occasione per svoltare, gliela offrono i Mondiali che si corrono dietro casa sua a Mendrisio e stavolta, Cadel sempre più brutto anatroccolo, si trasforma in principe, sorprende tutti e va a prendersi in solitaria la corsa più importante, quella che di colpo ti proietta in una nuova dimensione.

Negli ultimi anni si è diffusa la sensazione che la maglia iridata porti un po' sfiga, ma non andate a dirlo a Cadel, che proprio da quel successo iridato ha iniziato la fase migliore della sua carriera. In maglia iridata arrivano, infatti, due dei successi più belli di Evans, l'unica grande classica della sua carriera: la Freccia Vallone e la tappa di Montalcino al Giro, al termine di una tappa e di uno spettacolo che nel ciclismo dei giorni nostri non abbiamo più visto. In questa stagione riesce anche a coprire la maglia iridata, prima con quella rosa e poi con quella gialla, ma entrambe le volte, vestirà le insegne del primato solo per una frazione. Al Giro a causa di un ventaglio, rimane senza compagni di squadra a 60 km dal traguardo ed è costretto a fare tutto da solo per limitare i danni, mentre al Tour una frattura al gomito non gli consente di esprimersi ai suoi livelli.

Nel 2012 corona il lungo inseguimento al Tour e sui Campi Elisi la festa è tutta per lui, con i fratelli Schleck costretti a mandar giù l'ennesimo boccone amaro. Cadel arriva al Tour dopo aver trionfato alla Tirreno e al Romandia ed è pimpante sin dai primi giorni, ma stavolta rispetto al passato è la testa a fare la differenza. Il capitano della BMC dimostra una sagacia tattica e una capacità di lettura della corsa tali da far impressione. Nella tappa del capolavoro di Andy Schleck sul Galibier, già sulla penultima salita di giornata è Evans che si prende il compito di fare la corsa alle spalle dello scatenato lussemburghese e poi negli ultimi km da fondo a tutto quello che ha per limitare i danni, chiudendo a 2'15' da Andy. La maglia gialla è lì a meno di un minuto ma nell'ultima tappa di montagna, dove cerca di ribaltare la corsa a suo favore, per ben tre volte è costretto a fermarsi ed è qui che compie un mezzo capolavoro. Riesce  a restare lucido e decide di lasciar andare Contador e di proseguire col suo passo. A fine tappa arriva assieme alla maglia gialla e l'appuntamento decisivo diventa la crono di Grenoble. A differenza di quanto accaduto nel 2008,  Cadel  non fallisce la rimonta e ribalta il Tour andandosi a prendere quella maglia gialla inseguita per una carriera intera e che stava iniziando a diventare un ossessione.

Dopo aver fatto suo il Tour, Cadel è come se staccasse la spina e complice un po' di sfortuna non lo rivedremo più a questi livelli, nel 2012 al Tour, dove parte da campione in carica chiude settimo ad un quarto d'ora da Wiggins. Le ultime cartucce le spara in quel Giro che lo aveva fatto conoscere al grande pubblico. Nel 2013 va a cogliere un insperato podio a  36 anni e nel 2014 veste per tre giorni la maglia rosa. L'ultima sua grande apparizione è al Tour Down Under che chiude sul podio dopo essere stato protagonista in tutte le tappe più difficili.

Cadel mancherà a tutti perché è stato un grande campione ma soprattutto perché è sempre stato sinonimo di fiducia e pulizia in un ciclismo che ne ha viste di tutti i colori. Mai in 20 anni di carriera il suo nome è stato accostato a vicende di doping o sfiorato dal sospetto e dalla metà degli anni '90 al 2011 (anno del suo trionfo in Francia) tra i vincitori del Tour solo lo spagnolo Carlos Sastre  è stato lontano da sospetti e insinuazioni. Probabilmente è questa, assieme a quella sensazione di avere a che fare con uno di famiglia piuttosto che con un campione inavvicinabile, la vittoria più bella di una carriera che gli ha regalato gioie e delusioni ma anche di entrare nel cuore della gente e lì ci rimarrà anche ora che non attaccherà più un numero sulla schiena.

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