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Frecce. Come nascono i campioni

E' l'ultima tappa del Tour de Romandie. Ginevra è bella, anche con la pioggia. Queste son le solite corse svizzere: a seguirle dal vivo ci provi così tanto gusto che poi a guardarle in streaming ti viene la nostalgia. Ti affezioni persino agli sponsor e su questo forse bisognerebbe riflettere. E imparare, magari.
Sta di fatto che una tappa così, sotto la pioggia, con Albasini in fuga, è quasi un copione già scritto per un corridore che a casa sua si infiamma letteralmente. Così è stato, infatti. Ma a regalare un certo thrilling al finale è stata una freccia rossa scoccata dopo l'ultimo chilometro. Tom Bohli. Che al primo impatto era abbastanza irriconoscibile. Nuovo di zecca alla BMC Racing Team anche se già abituato a vestire il rosso e il nero nel vivaio U23 della squadra, classe 94 e, neanche a dirlo, svizzero. Naturalmente. Tom è partito come un fulmine quando mancavano forse ottocento metri. Se li è mangiati in un soffio e forse al traguardo ci sarebbe anche arrivato se i tre dietro non avessero fatto un trenino tattico per andarlo a riprendere.  All'ultima curva, praticamente. Centocinquanta metri o giù di lì. Breve, certo, ma che show!
Di sicuro gli attacchi di questo tipo fanno sempre molta impressione. In senso buono, ovviamente. Ancora di più se a farlo è un ragazzino appena arrivato nel mondo dei grandi.

E forse i retroscena sono persino meglio. Quello delle squadre vivaio è un'abitudine che si sta sempre di più consolidando tra tutti i grandi team. Da una parte per prestigio, dall'altra forse per avere una certa garanzia che i ragazzini possano sognare nel modo giusto e di avere una buona rosa nella quale scegliere i campioni di domani. Di sicuro, per gli atleti che sognano il passaggio al professionismo tutto questo è di grande motivazione. La BMC Devo è una delle dimostrazioni che questa teoria funziona: molti corridori che nelle ultime stagioni si sono dimostrati pienamente all'altezza delle aspettative provengono proprio da questa realtà. Basti pensare a Silvan Dillier o Stefan Kung che l'anno scorso hanno condiviso con i compagni la felicità di essere, per la seconda volta, campioni del mondo nella cronosquadre. E non senza aver fatto la loro parte, in una riconferma sofferta e meritata.
In realtà, forse, nel ciclismo serve proprio questa lungimiranza visto che il tempo, in questo sport, è più crudele che mai. Diventare professionisti è una delle cose più difficile di un sogno che già di per sé è complicato e che ha estremamente bisogno di essere coltivato con coerenza e con l'aiuto delle persone giuste. Un po' come tutti i sogni, in fin dei conti.

Di questi vivai mi piace il fatto che i ragazzi possono avere almeno la certezza che qualcuno li terrà in considerazione in chiave futura. Il resto, come è logico, lo dovranno mettere loro sul piatto della bilancia. Che in fondo, è il principio di base di tutti i talenti: dovrebbero solo esseri liberi di esprimersi e questo aprirebbe loro la strada. Ma il condizionale è sempre d'obbligo. Perché è vero che nel ciclismo, se non hai le gambe, non vai da nessuna parte ma è anche vero che la logica economica ha oramai preso una piega poco simpatica. Alle volte, forse più spesso di quanto si creda, la meritocrazia non ha vita facile.

Di sicuro le frecce hanno bisogno di un arco per essere scoccate e anche di una mano abile che le guidi. Troppe volte sottovalutiamo chi c'è in ammiraglia e anche chi, in tempi non sospetti, dava i consigli giusti, dettati dalla fiducia. Quando si tratta di sogni veri, niente arriva dall'oggi al domani. Ma ogni freccia scoccata, sa di essere partita da un punto preciso e di aver fatto un'incredibile strada. Alla fine, quello che conta, è sempre il percorso. Ogni arrivo segue le regole imparate nei chilometri controvento. Ogni volta che sai di aver vinto, pensi a quello che hai fatto per arrivare fino a lì. Non è l'istante, sono gli istanti.
Frecce scoccate dall'arco giusto. E anche così che nascono i campioni.

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