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God Save the Kings

Ogni disciplina del ciclismo ha fascino e regole proprie. La pista è una specie di palcoscenico. Ha tutto: le luci, il dietro le quinte, il pubblico e gli spalti. Persino il legno del palco. Lucido e chiaro come quello dei teatri migliori. Il palco è strano, di sicuro, come pure lo sono gli attori che girano su un anello convivendo con la perenne forza centrifuga e riuscendo a restare concentrati sulla loro posizione, a cavallo di una bicicletta senza freni. Noi che siamo solo spettatori riusciamo ad accorgerci di questa magia nei momenti più strani, forse anche nelle piccole cose che succedono nello spazio di un velodromo. O chissà, magari anche per quei gesti plateali tra ciclista e pubblico che hanno un linguaggio completamente diverso da quello conosciuto, pur mantenendo il solito immutato affetto.

Sir Bradley Wiggins è un personaggio indiscusso. Prima, dopo e durante. Eppure resta uno di quegli animali da palcoscenico che attirano gente oltre a un naturale stupore di fronte alla sua indole camaleontica e bipolare. Dalla pista alla strada è stato un attimo. Dalla strada al primo gradino del Tour de France ancora meno. Parlo di naturalezza, non di fatica, quella è da mettere in conto sempre, talento o meno.
Per me Wiggo è diventato ancora più interessante quando è tornato alle origini. Le radici hanno sempre qualcosa da darti o meglio da ridarti. È il posto dove sei te stesso, in fin dei conti. Bradley al suo ritorno ha battuto il Record dell'Ora e non si può certo dire che le cose lui le faccia in sordina, anzi è un vero Re (Mida) delle due ruote: tutto ciò che tocca luccica, e non si parla solo di vil denaro, ma anche di tutto il resto, specialmente di popolarità.
Wiggo, anzi Sir Wiggo, un titolo che la Regina gli ha conferito e gli calza come se fosse sempre stato lì, davanti al suo nome fin dalla nascita, è uno che prende sul serio tutto. Anche un campionato europeo che per lui suona come la festa di diploma di Edward Cullen in Twilight: ripetuta per cento anni e passa, alla quasi solita maniera. Roba da collezionare cappelli, anzi medaglie.

La specialità era l'inseguimento a squadre, la squadra favorita la sua. Scarpe d'oro per non sbagliare, tatuaggi, espressione da lord anche con la barba semi hipster. Perchè lo stile è lo stile. Un Oro voluto, come le prime volte, come i ragazzini al prima bacio. La stessa felicità, la stessa voglia di esultare, la stessa potente commozione nascosta dallo sguardo lievemente accigliato.
Dall'altra parte una Svizzera di prima categoria. Trenino perfetto con un ragazzo che dicono essere, di Wiggo, lo specchio. Stefan Kung è nato nel 1993 ed è già Campione del Mondo nell'inseguimento individuale. Bradley che non ama far complimenti, di lui dice che è un ragazzo che farà strada. Checchè se ne dica non gli somiglia neanche un po'. Lo chiamano King Kung e tra i mille motivi ci sarà sicuramente quello della sua statura - uno e novanta - e delle sue spalle. Il talento, indubbiamente è una cosa in comune. E anche la capacità di sbalordire le masse con azioni straordinarie.
Due re che si sfidano sullo stesso palcoscenico e gli spalti pieni. Ecco cosa serve al ciclismo. Lo spettacolo è una questione di carattere. E di stile.
God save the Kings.  

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