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GP Costa degli Etruschi: bentornato a casa Diego Ulissi

Il cervello umano è strano. A volte ci sembra che certe cose passino nella nostra vita come treni ad alta velocità, giusto il tempo di vederne la scia, di sentire lo spostamento d'aria per una frazione di secondo. Poi ci accorgiamo che certi momenti restano incisi dentro, anche quelli durati pochi secondi. Li ricordiamo così bene che ci sembra di averli vissuti con un'intensità disarmante. Sono attimi e sono coltelli. Non la smettono di scavare o restano lì, come a chiedere di farli accadere di nuovo.

Forse per Diego Ulissi il Gp Costa degli Etruschi non è mai stato solo la corsa d'inizio stagione. Non è mai stato nemmeno soltanto la corsa di casa. Forse è sempre stato una specie di Madeleine di Proust. Strade con un preciso sapore, colore, odore, con il potere di evocare un ricordo. A volte basta poco, una goccia di dettaglio. Nei cassetti della testa c'è rimasto tutto, fino all'ultima tessera che compone la nostra vita. Basta un niente per rievocare l'uragano perduto.
Non l'aveva mai vinta, Diego, questa corsa. Andato vicino sì, sognata anche. Di molto, persino. Qualcosa che forse non dovrebbe importare granché per un corridore abituato a vincere le tappe al Giro d'Italia. Eppure Donoratico è casa sua, da sempre. Quel tassello mai perduto è lui a sei anni, per mano a suo padre. Lui che a sei anni guarda i ciclisti passare come un fulmine, come quel treno che non capisci ma senti.
Non ci si dimentica mai di come ci si è innamorati del ciclismo. Neanche a volerlo.
Ha il sapore di quei sei anni quella pioggia che rende le strade lucide, il mare una distesa turchese sotto il cielo grigio. Forse, ad assaggiarla, si potrebbe tornare indietro nel tempo per un attimo. Quell'ultimo strappo secco ha le sembianze di certi mesi bui, di certe tristezze che Diego conosce e non ha mai voluto dire. Non ride mai, dicono. La gente è abituata a giudicare da fuori mentre la bicicletta ti conosce da dentro. Tutti i giorni amari che le abbiamo affidato, tutte le volte in cui ci sembrava non giusto partire, che era troppo  difficile dire che le cose andavano bene.

Piccola Madeleine che si schiude con la pioggia della costa, come un boccone sciolto nel tè delle cinque. Ed è molto di più. Quel muro è sparito e anche gli altri. Resta Diego a sei anni, mano nella mano del papà a guardare i missili passare. E chissà se quel bambino sa cosa sarà da grande, quante volte dovrà urlare dopo il traguardo, per la delusione o per la felicità. Chissà se ci pensa, al sapore che avrà l'asfalto alla sua prima caduta o al bacio sfinito l'istante dopo una volata. 
In dieci chilometri puoi pensare a tutto, persino alle priorità che ti sei scelto. Dicono che la vita ci premia quando mettiamo al primo posto quello che conta. E lì, c'entra solo il cuore.
In dieci chilometri riesci quasi a renderti conto che la volata sarà solo con te stesso, che la pioggia ti ha portato fortuna stavolta, che nessuna discesa ti ha fermato perché le conoscevi troppo bene. Che questa volta, ogni cosa è al posto giusto.
Bentornato Diego. 
Bentornato a casa.

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