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Hot Chair

Ho sempre pensato che denunciare a cose fatte e quando tutti stanno già aprendo la bocca per farlo non sia un gesto così poi coraggioso, oltre che inutile. Che i mondiali di Doha sarebbero stati un calvario lo sapevano tutti. Che fosse una pura scelta economica anche. 
Eppure tutti hanno preso l'aereo e sono partiti, perché gli anni ci hanno fatto dimenticare come si fanno le rivoluzioni
Di sicuro e per fortuna il ciclismo non smette di essere quello che è. Se non val la pena di parlare del desolante contorno '“ che poi gli under non se li sono mai tanto filati neanche in altre nazioni, figuriamoci le crono, figuriamoci le crono in Qatar '“ di sicuro val la pena di raccontare i ragazzi che hanno sfidato trentasette gradi secchi piegati su una bicicletta tentando di fare il miglior tempo. E di tenere a bada il cuore, i polmoni e le gambe.   
L'hot chair, o hot seat che dir si voglia, è un posto strano. Assomiglia a certe condizioni della vita, un secondo sei al top e un altro sei out. E il tuo posto se lo frega qualcun altro. Magari succede con qualcosa che hai desiderato da così tanto tempo che non ti ricordi più nemmeno quando hai cominciato a volerla. Certo che un Mondiale è sempre un Mondiale. Stare su quell'hot chair ha una magia particolare che poi si bilancia con i secondi che scorrono sul cronometro. Maledetti e benedetti. Sempre così.
E' fatta ad ogni arrivo. E poi si ricomincia. Secondo per secondo, ciclista per ciclista. Qualcuno non fa paura, d'accordo. Qualcun altro sì.
Forse che Marco Mathis riuscisse a stare lì fino alla fine non se lo aspettava nessuno. Specialmente dopo aver visto un'ambulanza sul percorso sfiorarlo all'entrata di una rotonda. I ciclisti hanno questa strana magia, forse è una cosa che imparano dalle prime pedalate. Una cosa che si impara quando ci si innamora della bicicletta: cercare di restare in piedi, qualsiasi cosa accada. Cercare di farlo pensando solo all'obiettivo da raggiungere. E' il trucco che usano anche i ballerini per stare sulle punte: se guardi in alto, ti proietti in alto. Nessuna vertigine, nessun sbilanciamento. 
Un Mondiale è abbastanza in alto, penso, per sentirsi proiettati.  
Eppure il ciclismo è anche altro. Non basta. Non basta sognare, non basta mettercela tutta, non basta passare una stagione a pane e rinunce. Le cronometro insegnano che lo swing perfetto si decide quando è tutto finito. Può essere il tuo oppure no. 
Certo che fare il miglior tempo e tenerselo fino alla fine ha quasi del miracoloso. Restare su quella sedia pure. A mangiucchiarsi le dita con la faccia livida di caldo, lucida di sudore che non c'entra niente con i chilometri fatti là fuori. Sudi freddo, come quando stai sul filo di qualcosa che non puoi decidere tu. E' quello che ti frega, è una delle poche cose del ciclismo per cui non puoi fare niente. Fai il meglio, certo. Fai quel trentotto otto e zero nove ma non sai se basterà. Non lo sai fino alla fine. 
Che poi quando è fatta davvero non ti accorgi. Hai bisogno che qualcuno ti arruffi i capelli, ti stringa la mano, ti sommerga di pacche sulle spalle. E allora capisci che quel tempo è bastato. 
Ma tu sei ancora lì. E in fondo a quella sedia ti sei un po' affezionato, non ti sembra vero che devi alzarti solo per andare sul podio. Non ti sembra vero che il tempo sia stato crudele e poi buono. 
Non ti sembra vero che ti sei preso il Mondiale partendo per primo con trentasette gradi secchi e, in fin dei conti, soffrendo fino all'ultimo. 
Qualcuno dice che le false speranze uccidono. Ma la speranza, in ogni caso, salva. Forse è la sola cosa che ci fa andare avanti senza luce, dopo che sai di aver dato il tuo meglio. Forse è un po' come quel proiettarsi in alto, fabbricarsi l'energia giusta. Poi il ciclismo te la distrugge, te la stritola e te la ricostruisce di nuovo. Ma farà sempre in modo che tu ci creda ancora. Perché è quello il punto. Avere una hot chair che ti tolga tutte le paure, minuto per minuto, ridandoti te stesso. E la fiducia in quel che puoi fare davvero.

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