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Il Mont Ventoux: meglio i ricordi

Di questo Tour, pur ricco di montagne e ascese famosissime, il Mont Ventoux doveva esserne il simbolo, iltraguardo più ambito, quello che da solo vale una stagione. Tra le grandi ascese che caratterizzano il mondo del ciclismo, il gigante della Provenza è unico, inimitabile, inconfondibile. Quegli ultimi 6 chilometri senza vegetazione, sono una pietraia battuta costantemente dal mistral e assediata dal caldo. Una calura asfissiante che sembra toglierti il respiro.

Non siamo più negli anni in cui sul Ventoux, Mallejac stava per perdere la vita e nemmeno in quelli in cui Simpson la perse davvero, ma il Ventoux è sempre uno spauracchio. Gli organizzatori del Tour per preservarne lasacralità, lo hanno proposto abbastanza poco nel corso degli anni, con l'ultima tappa vinta da Thomas De Gendt, sono solo 10 le volte in cui una tappa è terminata lassù.

Prima della mezza farsa dello scorso 14 Luglio,  con la maglia gialla costretta a correre a piedi, la tappa aveva segnato la rinascita di Thomas De Gendt, oggi fugaiolo di professione ma qualche anno fa capace di salire sul podio del Giro, ovviamente dopo una corsa fatta di attacchi a lunga gittata. Pur non avendo nulla contro De Gendt o gli altri che provano a prendersi queste vette storiche con le fughe, per quanto mi riguarda il Ventoux è una salita che dovrebbe essere sempre appannaggio dei campioni, un po' per quello che rappresenta, un po' per il tributo di sangue che il ciclismo ha dato a questa montagna e un po'perché la prima volta che ho visto il Tour arrivarci, ho potuto ammirare Marco Pantani risorgere dalle sue ceneri e battere Lance Armstrong, in quello che considero il successo più bello di tutta la carriera dello scalatore di Cesenatico.

Un successo, certamente cedutogli dall'americano, che Marco conquistò con fatica e sofferenza, staccandosi nei primi chilometri di salita, quelli nel bosco per poi attaccare più volte, una volta che la vegetazione era scomparsa. Quel giorno Pantani diede l'impressione di soffrire le pene dell'inferno ma a rassegnarsi non ci pensò nemmeno un attimo. Anche quel pomeriggio c'era il vento ad accompagnare o meglio a cercare di respingere i ciclisti, ma nemmeno Eolo riuscì a spegnere l'ardore del pirata, che per qualche giorno pensò di poter tornare a dettar legge nel ciclismo, salvo doversi poi arrendere definitivamente ai suoi fantasmi dopo aver centrato un nuovo successo in quel di Courchevel.

Il successo di Pantani resterà indimenticabile ma il Ventoux sarà sempre la montagna di Tommy Simpson, che sulle rampe di questa montagna tanto affascinante quanto bastarda, perse la vita il 13 luglio 1967. Il campione britannico, in uno stato d'incoscienza dovuto ad un mix tra caldo, alcol e anfetamine anziché mollare e abbandonare la corsa, preferì morire in bici alla ricerca di quella gloria che il suo corpo ai limiti del collasso non era più in grado di raggiungere.

Vedere Chris Froome '“ che questo traguardo l'ha conquistato nel 2013, quando annichilì gli avversari con le sue frullate '“ e la SkyQuintana e la Movistar ma anche i vari Aru, Rodriguez, Mollema e Porte disinteressarsi completamente di un traguardo così ricco di storia e di significati mi ha fatto venir voglia di spegnere la tv e fatto pensare che tante volte, ripensare a quei ricordi di un passato che non tornerà più, è la cosa migliore da fare.

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