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Il principe matematico

Era un ragazzo magro e biondo con gli occhi colore del cielo. Suo padre coltivava un campo di fragole nella campagna normanna e lui sognava di correre a piedi, di fare forse il maratoneta.
Invece, un giorno, il suo compagno di banco gli racconta di una corsa in bicicletta andata male. Jacques che di cognome fa Anquetil e non sa nemmeno chi sia Coppi, idolo delle folle anche in Francia, gli spiega che con un po' più di calcolo, quella gara l'avrebbe vinta. In matematica va bene, i calcoli sono la sua passione. Ma l'amico gli fa notare che il ciclismo non funziona a soli calcoli, che ci vogliono anche le gambe.
E' vero. Nel ciclismo servono le gambe, il cuore, la fortuna. Eppure quel ragazzetto biondo era destinato a diventare un grande campione con regole tutte sue. Forse nacque tutto lì, quella mattina, mentre Jacques disegnava il percorso e calcolava i punti strategici. Carta e penna e testa. Era un matematico, questo sì. Ed era anche uno che detestava le briglie. Anche quelle che questo sport impone a tutti, volente o nolente. Andare a letto presto, mangiare sano, alzarsi presto la mattina per gli allenamenti. Lui si alzava a mezzogiorno e di mettersi a dieta non ci pensò mai. Forse può sembrare uno schiaffo al sacrificio, è vero. Eppure penso che Anquetil sia stata una figura irripetibile nel panorama ciclistico proprio per questa sua aurea romanzesca. Dopo il suo ritiro dalle corse si chiuse nella casa che chiamavano Parco degli Elfi con la bellissima moglie Janine e si dedicò all'allevamento del bestiame. Il castello da una parte, le mucche dall'altra, divise da un fiumiciattolo.
Il fatto è che il principe matematico in corsa era perfetto davvero. Non ne sbagliava una. Il suo amore: le cronometro. Battere il tempo. Qui, senza le briglie del mondo, Jaques sapeva soffrire. Metodicamente. Sceglieva un obiettivo e lo centrava con incredibile freddezza, anche se nel ciclismo, dietro la freddezza, c'è sempre qualcosa che non si percepisce subito, qualcosa che va oltre la superficie delle poche parole dopo corsa. Lui sapeva che quello è il suo terreno, che le cronometro erano per lui, secco e leggero, potente e costante.

Jaques ha soli diciannove anni quando vince il Gran Prix de Nation e la Francia comincia a vederlo come il figlio da crescere, da coccolare e far diventare campione. Invece il pubblico non lo adorerà mai come i suoi più grandi campioni. Il suo metodismo, i suoi silenzi, il suo carattere schivo che davano l'impressione di un uomo altero, distaccato, gli terrà lontano l'affetto genuino della gente. Dietro quel carattere c'è questo amore strano per la bicicletta. Forse lui non era nemmeno nato per amarla, il destino prese una deviazione che nessuno aveva previsto. Fausto Coppi, invece, l'aveva benedetto fin da ragazzo: si erano incontrati e lui gli aveva parlato dolcemente, si erano scattati una foto assieme. Anni dopo, nel 1956, batterà il suo Record dell'Ora attorno all'anello di legno del Vigorelli.

Sessantotto sono le prove a cronometro vinte nella sua carriera. Così dimostrò a sé stesso che quel metodo calcolato in fretta sulla carta era giusto. Era giusto per lui: abnegazione in corsa e vita con le sue regole, frusta e carezze. Sono strani gli uomini quando c'è di mezzo una bicicletta e forse anche più affascinanti. Perché si dividono tra due mondi che non sempre trattano alla stessa maniera. Anzi, quasi mai. La loro dote è proprio questa: farli convivere, senza farli cozzare. Con la stessa naturalezza che avrebbero due metà uguali.

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