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Il riscatto

Ci sono stagioni sulle quali si punta tutto. Un po' come nel gioco. Solo che nel ciclismo è una questione di sacrifici: sul banco della posta si accumulano le ore infinite di allenamento, le rinunce, i ritiri. Il Tour de France, quest'anno, era nel mirino di tanti. I Campi Elisi un sogno che sembrava possibile perché quando metti sudore e anima in qualcosa vorresti ti fosse assegnato come premio.
Invece la strada decide sempre per conto suo. E' stato così per Chris Froome che ha dovuto rinunciare perché la stella che aveva brillato per lui lo scorso anno si era spenta improvvisamente, lasciandolo in balia delle cadute, della sfortuna che ogni tanto si accanisce troppo. Sugli eventi e sulle persone.
E' stato così per Alberto Contador, costretto a salire sull'ammiraglia dopo aver provato a percorrere qualche chilometro con la tibia fratturata. Troppo dolore anche per chi è abituato a sopportarlo fino in fondo, a sentirne il gusto amaro fin nelle ossa.
E' stato così anche per Joaquim Purito Rodriguez, ritornato al Tour solo per ritrovare sè stesso. Sì, perché la sua storia inizia prima, a Montecassino, quando, lavato dalla pioggia e dal dolore, aveva lasciato il Giro d'Italia con tre costole rotte.
Tre abbandoni sotto l'acquazzone nero della sconfitta. Eppure il ciclismo è uno sport che non ha l'abitudine di piangersi addosso, di stare fermo mentre tutti gli altri pedalano. Manca un pugno di giorni alla Vuelta a Espana, sorella quasi minore dei tre giri per eccellenza. Ed è questo forse che la fa essere sempre così: diversa, poliedrica, appassionata, un po' sanguigna come il calore di quella terra. Poche le vette leggendarie che, quest'anno, non ci saranno. Leggendaria sarà la rivincita che cercheranno gli uomini di classifica su tutte le loro sfortune, àncora di salvezza di una stagione stropicciata dagli infortuni. Il riscatto è qualche cosa che appartiene alla folla solo quando è compiuto. Ma prima, prima ancora che gli applausi possano consacrarlo, è un po' come tutti i successi, è fatto della stessa pasta silenziosa, paziente. Molto paziente. Perché la bicicletta ha bisogno di tempo e di amore continuo, senza riserve, nemmeno dopo i tradimenti delle cadute. Ha bisogno di mattine solitarie a spronare le gambe e sere severe a controllare l'SRM. Il riscatto, questi riscatti, sono come le ascese di montagne senza pubblico. Il tifo deve venire da dentro, accarezzandosi le cicatrici che sono rimaste come impronte. Ho sempre pensato che le cicatrici parlassero di noi: sono le tempeste che abbiamo passato a far capire al mondo chi siamo davvero. Forse, le cicatrici sono anche di più, una specie di ricordo che frusta per farti andare avanti.

Un pugno di giorni, oramai. La Vuelta arriva per noi come un'altra gara. Per loro, invece, per chi ha visto svanire l'obiettivo della stagione, sarà un punto per ripartire. Ripartire davanti a tutti, alla luce del sole andaluso. Anche se il riscatto è cominciato prima, mentre ancora noi stavamo guardando il Tour de France in televisione. Un amico ha detto che quando un ciclista cade, la prima cosa che fa è cercare la sua bicicletta, tentare di continuare a pedalare. E' vero. Succede anche quando si risale in macchina perché il dolore è fuori dalla soglia sopportabile. Succede anche quando se ne va un sogno. E' nel nostro destino cercarne di nuovi. Sempre, ogni volta.

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