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Il sentimento dell'attesa

Sul Risoul l'attesa sembra avere un suono preciso. Quello del silenzio dei pini immobili e della strada che si arrampica per la schiena della montagna.  E' un silenzio che si può ascoltare, che forse si può persino toccare. Non con le mani ma con le corde dell'anima. Quel tratto di asfalto poco prima dell'ultimo chilometro è deserto, aspetta le ruote dei corridori che si aggrapperanno a lui nel loro sforzo finale. Aspettano anche i tifosi, dietro le transenne. Qualcuno tiene un bicchiere di plastica in mano con la birra lasciata a metà. Qualcuno si affaccia per poter vedere più in là. Nessuno parla. E' l'attesa. Che nel ciclismo è un vero sentimento, come l'amore, come l'odio, come la rabbia o la speranza. E' un tempo condito dai suoi rituali e da quell'immenso silenzio. Gente, tanta gente, che aspetta tutta assieme, senza parole, con il fiato sospeso. Niente più rumori, niente canzoni urlate a squarciagola, niente risate. Tutto questo sarà il dopo, il frastuono del passaggio, l'adrenalina che trova il suo corso e pedala assieme a quelli che la strada la aggrediscono. E' come la calma prima della tempesta, una calma che assomiglia a quella delle chiese di montagna, dove sembra quasi di sentire il crepitare delle candele tanto le mura non fanno trapelare i suoni.
Tra i camper dei francesi che si sono accampati quassù c'è una famiglia con un bambino di sei o sette anni. Ha passato le ore a correre avanti e indietro e adesso quell'attesa la vive anche lui, come suo padre e sua madre che sono appoggiati alla transenna. Ha il cappellino e la maglietta gialla e in mano ha una bandiera con il tricolore francese. Lo tiene in mano da chissà quanto tempo e ogni tanto lo sventola, come per fare delle prove. Aspetta in silenzio, insieme a tutti gli altri. Forse non è la prima volta o forse sì. Si sbraccia quando vede l'elicottero della televisione che sta arrivando e poi torna tranquillo, con gli occhi fissi alla curva in fondo alla strada. E' vuota e, per i minuti che passano, lo sembra sempre di più. Poi arriva una macchina e un'altra. Le moto. E la testa della corsa che è un ragazzo stremato dalle montagne che il Tour ha scelto di mettere in questa tappa. Tutti lo incitano, l'attesa è finita, forse è già dimenticata, rotta dall'emozione, da tutto il resto che arriva come un fiume in piena. Il bambino può finalmente sventolare il suo tricolore. Grida, incita, si sbraccia. Anche verso gli altri, soprattutto gli altri, quelli che arrivano dopo. Cerca quelli che parlano la sua stessa lingua. Ne arrivano due o tre, il copione è sempre lo stesso: la bandiera che sventola, lui che grida: 'Alè, alè'. Quando vede arrivare un piccolo ragazzo di una squadra francese, urla il suo nome assieme ad una frase che quasi invoca ancora il silenzio, per sentire che davvero fa commuovere l'anima, tocca qualche corda profonda che forse noi dimentichiamo. 'Nous vous aimons!'. Noi ti amiamo. Cosa vuol dire sentirsi gridare così, da un bambino, dopo chilometri di pendenze cattive, di caldo e di fatica? Forse è un po' come sentirsi a casa, è la tenerezza dopo l'asprezza dell'Izoard e dello stesso Risoul. Il ciclismo è amore. Faremmo quei chilometri, sopporteremmo caldo, pioggia e vento per aspettare un passaggio se non lo fosse? Il grido di quel bambino è una dichiarazione d'affetto ingenua, bellissima. Come questo sport che vive di piccoli intensi istanti che ci si ricordano per tutta la vita.

L'attesa è un sentimento alla quale il ciclismo educa. Forse quel bambino tornerà sulla strada a vedere altre corse, terrà ancora stretto il suo tricolore assieme all'entusiasmo. Forse è questo che serve a noi, al nostro mondo che continua a farsi sfuggire le cose autentiche: un futuro fatto di bambini che conoscono i sentimenti, li sanno ascoltare nel silenzio che questo sport insegna. E non hanno vergogna di gridarli in un pomeriggio di luglio, su una montagna affollata dove il Tour de France ha messo il suo sigillo.

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