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Il terribile gentile

Se sei abituato ad essere sempre e comunque uno dei corridori più forti, uno dei più attesi da stampa e tifosi, uno guardato a  vista dagli altri campioni vogliosi di carpire qualche segreto o semplicemente perché sei quello più temuto, non è facile diventare uno dei tanti ed essere solo un numero in gruppo. Questo è quello che è successo  grosso modo ad Ivan Basso che ha cercato di ritardare il più possibile il momento del ritiro ma che alla fine ha capito che non aveva senso continuare a correre senza poter essere se stesso o senza poter dare concretamente una mano ai compagni di squadra nel vero momento del bisogno.
Ivan ha vinto abbastanza poco, due Giri non sono il nulla ma a conti fatti sembrano il minimo indispensabile per uno come lui, uno che difficilmente entusiasmava in corsa in quanto corridore razionale e non istintivo, ogni sua mossa in gara dava l'impressione di seguire un copione ed un programma ben preciso, anche per questo non è mai riuscito ad essere quel leader carismatico di cui il nostro movimento avrebbe avuto bisogno in giorni difficili.

Cresciuto alla corte di Giancarlo Ferretti e alla scuola più difficile del mondo, quella del Tour de France, Ivan è stato in qualche modo il dopo Pantani poiché per anni nel nuovo millennio è stato l'unico corridore italiano in grado di andare alla Grande Boucle con ambizioni, anche se alla fine quella maglia gialla è rimasto solo un sogno.
Quando si parla di Ivan non si può omettere la squalifica per l'Operacion Puerto e non tanto perché ne ha interrotto la carriera nel suo momento migliore ma perché sostanzialmente è come se parlassimo di due corridori diversi.  In quel momento era reduce dal dominio al Giro 2006, quando per la prima e unica volta in carriera mostrò a tutti quella cattiveria agonistica che nelle categorie giovanili gli aveva fatto guadagnare il soprannome di Ivan il terribile, e dai due podi (2004 e 2005) al Tour. Complice anche il vuoto lasciato dal ritiro di Armstrong, aveva nelle gambe la doppietta Giro-Tour e dava l'impressione che da un momento all'altro si sarebbe preso tutta la scena.

Dopo la squalifica il suo merito maggiore è stato quello di tornare ad essere un corridore credibile e vincente. La vittoria al Giro 2010 simboleggiato dalla splendida cavalcata sullo Zoncolan e da un lungo inseguimento alla maglia rosa, ci restituisce un corridore determinato e convinto nei propri mezzi.Quel successo che sembrava dovesse rilanciarne le ambizioni anche in ottica Tour de France, col passare degli anni è diventato una sorta di canto del cigno. Il Tour 2011 e il Giro 2012 avevano già dato i primi segnali di un Ivan in calo ma è stato al Giro 2014, più precisamente nel giorno in cui Fabio Aru ha trionfato a Montecampione, in una sorta di passaggio di consegne, che è arrivata la conferma definitiva, che non c'era più spazio per lui.
Se sullo Zoncolan aveva mostrato a tutti i suoi occhi pieni rivalsa e la sua espressione rabbiosa, a Montecampione aveva affrontato tutta la salita finale senza togliersi gli occhiali a specchio, come a non volersi farsi guardare negli occhi e non voler mostrare la sua resa o semplicemente non accettandola.

Per annunciare il suo ritiro ha scelto il palco della presentazione del Giro d'Italia 2016, un saluto veloce e sotto traccia, quasi silenzioso, in linea col personaggio.
Andando oltre le vittorie e le sconfitte, di Ivan resterà il ricordo di un grande campione e di una persona per bene, un vero gentleman che poco aveva a che fare con quel soprannome affibbiatogli in gioventù.

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