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In equilibrio nel vento

'Senza vento sei fottuto, troppo vento e sei battuto.
Lo dice Davide Van De Sfroos, in uno dei pensieri che ogni tanto regala ai suoi fan sui social. E lui che abita in un paesino del lago di Como, ne sa qualcosa. Il vento solleva tutto: i suoni, gli odori, spazza via le nuvole o le porta. Il vento, in bicicletta, ha le sembianze mutevoli di un amico nemico al quale non si riesce a dare un volto. L'invisibile ha l'urgenza dell'immaginazione: quando ti frusta sulla faccia e la strada è troppo lunga, sembra un mostro crudele, un aguzzino senza volto; quando ce l'hai alle spalle è una mano gentile, un aiuto leggero che dovrebbe restare per sempre.

Ci pensavo mentre guardavo la prima tappa dell'Eneco Tour. E' tutta una cosa di sensazioni, un po' come quando vengono i brividi per una brezza che altri non sentono. Ecco, forse è così. Le strade, soprattutto quelle del Nord, parlano e il più delle volte sibilano. E i ragazzi che in quelle terre ci sono nati, che conoscono i muur fin da quando sono piccoli, sono abituati a sentire quel sibilo in mezzo a tante voci, al rumore della gente a bordo strada, al brusio del gruppo e delle biciclette. Un po' come sciamani su due ruote. D'altronde il vento, qualche stregoneria la conosce davvero. Spezza il gruppo come farebbe una salita, rende difficile persino stare gomito a gomito, sposta gli equilibri, forma i ventagli: stratagemmi antichi per un antico avversario che la tecnologia non può battere. Un antico compagno con il quale bisogna condividere la strada. Sui circuiti delle cronometro si tenta di domarlo, farlo scorrere sulle divise e sui caschetti senza ostacoli. Essere il vento stesso, nella direzione in cui si vorrebbe andare. Qualche volta si riesce, qualche volta no. E forse è anche quando non ce la si fa che emerge il fascino di questo sport. La sfida, l'uomo in bicicletta contro tutto, in mezzo a quella natura che a volte è senza pietà. Le gambe come sola arma contro la pioggia, la grandine, il freddo. Viene quasi da rimanere a bocca aperta quando vediamo i ragazzi raggomitolati sulle loro biciclette, alla ricerca della perfezione per fendere l'aria, abbattere ogni ostacolo. Cerchiamo di farlo anche noi, a volte, raggomitolarci per prendere meglio la forma di una realtà, affrontarla più preparati o semplicemente adattarsi. Ho sempre pensato che i ciclisti fossero un po' come gli unni che non scendevano mai da cavallo. Affrontano ogni cosa dalla sella del loro destriero che una volta era di ferro e ora è di carbonio. La vita e la quotidianità sono lassù, dall'alto di quelle due ruote che ogni tanto si bucano e si devono cambiare, come gli zoccoli dei purosangue. Tutto si fronteggia da lì, tra strada e cielo, in una navigazione continua.

E' vero, non si può navigare senza vento. E allo stesso tempo quando ce n'è più del dovuto le vele si abbattono. Equilibrio. E' la legge perenne della bicicletta. Un bilanciamento continuo tra il niente e il troppo, tra le gambe che vorrebbero andare all'attacco in ogni momento e la testa che dice di no, che sarebbe rischioso. Basta un attimo, quel momento decisivo in cui tutto si incontra, spesso per caso. Uno strano allineamento di tutti gli equilibri che nel ciclismo formano una specie di legge. A volte, il vento li decide. A volte li decidiamo noi stessi, quando sappiamo di essere più forti di tutti. E' una cosa che il ciclismo insegna: esiste anche un vento interiore. Quello è solo nostro, dobbiamo imparare ad ascoltarlo, a conviverci, a seguirlo o a saperlo domare. Non importa quanto le bufere ci sferzeranno la faccia o i ventagli scombussoleranno i nostri piani. Conta quel vento che sta dentro di noi e possiamo tenere nel pugno della nostra anima. Quando crediamo in noi stessi, soffia più forte di tutto.

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