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Inferno e paradiso

La chiamano Inferno del Nord. Sono stradine antiche che tagliano in due la campagna, c'è un po' di muschio tra sasso e sasso, tra le ombre degli alberi che crescono a lato della foresta nera di Arenberg. Nera perché la pioggia solleva di nuovo la sua anima di carbone. Niente e nessuno cancellerà il suo passato di strada accanto alla miniera, a guardare il cielo basso e grigio. Sono strade che portano a una cittadina semisconosciuta che col tempo è diventata una leggenda. Il suo velodromo, liscio come una saponetta. Roubaix, centro perfetto di una gara imperfetta che trasforma le facce in maschere di fango e di polvere, che spezza le ossa senza salite, che martella la testa.

Inferno, dicono. Inferno di grida, di gomme bucate, di birra, di freddo, di rumori di cambi e del passaggio di biciclette sconquassate da quelle strade per carretti. Sassi antichi, sassi grandi come una mano, posati con grezza cura, senza sapere che sarebbero diventati patrimoni per tutti noi. Si può amare una pietra che traccia il cammino di un percorso infernale? Qui sì, qui si può. Su quella pelle senz'anima sono passate le ruote, ne hanno tracciato senza volerlo il carattere di chi le guidava, disegnandone la storia. Si possono capire tante cose da come uno porta la bici che, alla fine, resta sempre un prolungamento del corpo, della vita. Le pietre sanno tutto nel silenzio di questo inferno che, a volte, è anche un paradiso. Non solo per chi a Roubaix ci arriva a braccia alzate ma per tutti quelli che ogni anno salgono qui per provare a vincere. E' un inferno di sogni, un paradiso di dolore e di sacrificio, è un amore complicato, senza troppe spiegazioni, violento e dolce, freddo e tenero.

E' uno strano sogno che si consuma in un pomeriggio, brucia in fretta anche se la fatica per inseguirlo è stata accumulata lentamente, con pazienza, nei lunghi mesi prima di questi giorni, di questo giorno. Poi è tutto lì, star davanti nella foresta e nei tratti più duri, aver le gambe e non cedere mai perché i metri sono come chilometri. La campanella, la gente nel velodromo e la volata. Primi o ultimi c'è sempre silenzio dopo la linea bianca. E' strano ma questo anello bianco è il paradiso. Ci si sdraia su quel prato, si lava via il fango, la polvere, il sudore con l'avambraccio e si aspetta che il respiro torni regolare. Un attimo solo, prima della doccia, la bicicletta vicino, gli occhi rivolti per metà a quel cielo francese, quasi belga. Inferno del Nord, la chiamano. Paris-Roubaix. E sono due parole brevi che percorrono tutti i settori in pavè, attraversano le campagne silenziose e i paesini con le case tutte uguali, le pietre senza nome alle quali il ciclismo ha dato uno scopo. Ogni volta, in quel giorno dell'anno, per sempre.

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