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Into the wild - elogio del viaggio in bicicletta

Thomas Stevenson emigrò a San Francisco insieme a suo fratello quando aveva solo diciassette anni. Fece mille lavori per mantenersi. E imparò a pedalare su un biciclo. Che allora era un mezzo da ribelli, da ragazzi fuori dagli schemi. Una mattina di aprile, Thomas mise in un fagotto una mantella antipioggia, una camicia, dei calzini, una pistola e partì verso est in sella alla sua Penny Farthing. Era il 1884 e quel mattino di aprile cominciò il primo giro del mondo in bicicletta che si ricordi. Sierra Nevada, Utha, Wyoming e poi Boston. Un inverno a New York e poi un traghetto per la Spagna. E ancora Francia, Germania, Vienna, Costantinopoli, Calcutta, Giappone. Un viaggio incredibile, senza cartine e senza navigatori; più di tredicimila miglia in due anni pedalando su un biciclo da cinquanta pollici. Un'autentica impresa che forse fu il primo solco per le radici di quel legame profondo che si è creato con il tempo tra la bicicletta, la strada e quell'insano desiderio di andare un po' più in là, ancora più in là. Che è la nostra natura. 'Almeno una volta l'anno vai in un posto che non hai mai visto' dice il Dalai Lama. Andarci senza finestrini, senza motori. Solo noi stessi. E le nostre gambe. Che non importa quanto male faranno, c'è sempre qualcosa che compensa tutto. 

Non si sa bene quale sia il collante, quale sia la strana magia di sapere che le due ruote sono perfettamente cucite addosso a questo fottuto viaggio che è la nostra vita. Come se pedalare e meditare fossero la stessa cosa, come se si potesse lasciare fuori il mondo per qualche ora. E magari giorno. E magari anno. Chi può dirlo quanto dura davvero un viaggio in bicicletta? Chi può dire cosa siamo quando smettiamo di contare i chilometri e ascoltiamo solo i battiti. Forse siamo solo noi stessi, in fin dei conti è così che riusciamo a scoprirci davvero.

Certo, poi un viaggio, lungo o breve che sia, vale solo se ti riporta qualcosa di te e ti cambia almeno un po'. 
Di sicuro la bicicletta aiuta perché azzera le scappatoie. I chilometri conquistati con fatica te li ricordi a uno ad uno, li puoi riconoscere perfino. Puoi sentire l'odore dell'asfalto che cambia, il sole al tramonto o quello del mezzogiorno, le colline e i dannati mangia e bevi, la montagna e quell'ultima curva che ti sembra di svenire e invece ce la fai. Ti sembra di non sentire niente e invece senti tutto. Forse lo capisci dopo, come quegli istanti talmente sublimi che non ci accorgiamo di vivere. 
Quello che di profondo e indelebile ci ha insegnato la bicicletta è che, al di là di tutte le tecnologie che si possono inventare, al di là dei misuratori di potenza, dei navigatori, esiste un primitivo senso di libertà al quale apparteniamo. Vagabondi sotto le stelle in una notte di silenzio.
Quello che di speciale ci ha insegnato il viaggio è che si può sempre scoprire qualcosa di noi stessi, senza dimenticare quello che ci fa stare bene, ogni volta, per sempre.

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