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Jan Raas, uno spregiudicato ragazzo olandese

Le labbra sottili e lo sguardo nascosto dietro al riflesso di certe lenti che usavano in quegli anni, colorate a metà. Jan Raas nasce in Olanda sotto il segno dello Scorpione. Uno dei più controversi dello zodiaco, proprio come il suo carattere incredibilmente irascibile. Amatissimo in Olanda, molto meno in Italia per quel Mondiale del '˜79 mai digerito del tutto. La verità, sopra tutti i racconti, è che quel ragazzaccio con gli occhiali era una vera volpe e in carriera riuscì a vincere 145 corse, comprese cinque Amstel che gli olandesi battezzarono scherzosamente in suo onore: 'Amstel Gold Raas'.

Jan crebbe sotto la guida di Peter Post, grande pistard conosciuto prima come l'Imperatore delle Sei Giornie ambizioso dirigente sportivo poi. Da lui imparò i trucchi del mestiere, anche quelli meno ortodossi. Di sicuro Post lo considerava uno dei suoi migliori allievi, anche per la sua naturale attitudine a criptare le proprie crisi e, allo stesso tempo, avere fiuto per quelle degli altri e piegarle a suo favore.  La sua capacità di vedere la corsa mescolata alla spregiudicatezza disegnarono la sua figura nel panorama dei campioni del ciclismo. Ma il suo carattere non è di quelli etichettabili, come le sue doti. Velocista, pistard ma anche un talentuoso finisseur. Irascibile, permaloso ma spesso anche generoso. Un personaggio controverso, in equilibrio tra amore e odio dell'opinione pubblica, eppure mai in conflitto con sé stesso.
Lo dimostrano le gare vinte. Due Giri delle Fiandre, una Parigi-Roubaix, una Milano-Sanremo, due Parigi-Tours, una Gand-Wevelgem, dieci tappe del Tour de France e le cinque Amstel, appunto. E poi c'è il contestato Campionato del Mondo 1979 a Valkemburg. Qualcuno dice che Jan fece di tutto per far cadere Battaglin, in un zigzagare frenetico in volata con Thurau. Qualcun altro dice che anche senza quelle manovre, l'olandese avrebbe vinto lo stesso. La forza, la malizia. Si potrebbe discutere all'infinito sui due ruoli che hanno nel ciclismo e, più in generale, nello sport. Qual è la sottile linea che divide il correre con la furbizia dal correre con cattiveria?
Genio e sregolatezza? Non so se si può parlare di questo, forse è eccessivo.
Di sicuro quello di Jan è un palmares dorato per essere uno che tutti dicevano avere la faccia da professore spietato ma, in realtà, aveva l'espressione che somigliava più a un ragazzino furbo e lievemente dispettoso. Metà ciclista, metà Tom Sawyer. Ragazzaccio olandese maledettamente talentuoso.

Il richiamo della terra è, d'altronde, incontestabile. L'Amstel Gold Race è per lui la corsa di casa, classica giovane e già bellissima, fortemente aggrappata alle radici olandesi: la birra e quel fiume usato per raffreddare la birra stessa. Vincerla forse è stato un orgoglio. Vincerla per cinque volte consecutive è stato forse l'orgoglio più grande.

Jan appese la bicicletta al chiodo nella primavera inoltrata del 1985, senza lasciare la strada nemmeno un istante. Infatti il passaggio in ammiraglia della sua squadra fu rapidissimo. Fece il direttore sportivo fino al 2004.
E chissà se i ragazzi che l'hanno avuto come direttore sportivo hanno visto in lui un professore dispotico o una vecchia volpe dal quale imparare i segreti, come lui stesso fece con il suo maestro. D'altronde il ciclismo, essendo fatto di passione, è qualche cosa di contagioso.  Le lezioni, bene o male, si imparano così. Da padre a figlio. Da maestro ad allievo. Poi ognuno sceglie come metterle in pratica. E' così che si distinguono i campioni. Ma non solo. E' così che ci si distingue dal gruppo.
Checchè ne dicano, ogni ciclista ha la personalità che gli ha regalato la strada, gli errori, le cose buone e quelle cattive. Le individualità restano. Senza di esse, il sangue non arriverebbe al cuore, le vittorie, come le sconfitte, non avrebbero anima. E questo sport sarebbe morto.

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