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Jimenez, l'indomabile

Se hai fatto godere miglia di tifosi a bordo strada e sobbalzarne molti di più davanti alla tv, è assurdo e tremendamente ingiusto trascorrere gli ultimi tempi della tua vita nella tristezza e nella quiete di una clinica specializzata nel recupero da tossicodipendenze e da problemi psichici. Ancora più ingiusto è morire a 32 anni, purtroppo è proprio quello che è accaduto a Josè Maria Jimenez, scalatore spagnolo di classe purissima. Ormai son 12 anni ci ha lasciato ma il ricordo delle sue vittorie, dei suoi scatti e delle sue azioni fatica a svanire.

Josè che da piccolo voleva diventare un torero, salvo poi cambiare idea dopo essere stato morso da un cane, aveva trovato nella bici la sua strada e proprio la lontananza dalle corse non ha fatto altro che aumentare i suoi disagi. La voglia di tornare in gruppo non gli è mai mancata, nemmeno nei momenti più bui come l'estate 2003, quando, dopo oltre un anno senza gare, vedeva sfuggirsi di mano la propria vita e confidò a un amico il desiderio di tornare a correre dicendogli "Credi che se potessi non tornerei in bicicletta già domani?".

La grandezza di Jimenez non sta tanto nelle sue vittorie, ma nel suo modo di correre sempre all'attacco, spesso spregiudicato e per dirla alla Miguel Indurain, il campione navarro del quale doveva essere l'erede "Era un corridore all'antica, andava benissimo o malissimo senza vie di mezzo". Il suo modo di correre indomabile, ricordava da vicino il suo carattere esuberante e spesso sopra le righe, mentre per la sua capacità di infiammare i tifosi era il Pantani di Spagna.

In carriera ha vinto 28 corse, sicuramente poche per le sue potenzialità ma i suoi non erano mai successi banali, nelle giornate di gloria non c'era nessuno che poteva tenergli la ruota. Tra il 1997 e il 2001 sulle strade della Vuelta ha fatto il bello ed il cattivo tempo nelle tappe di montagna aggiudicandosi per quattro volte la maglia verde di miglior scalatore e ben 9 tappe. A mancargli è il successo finale e i soli quattro giorni in maglia oro nel 1998, non gli rendono il giusto merito vista la superiorità mostrata in montagna. Proprio la Vuelta 1998 che chiuse in terza posizione, in quello che è l'unico podio in un GT della sua carriera, è l'edizione in cui andò più forte e che avrebbe potuto far sua ma i quasi 7' accusati dal compagno di squadra Abraham Olano nelle due cronometro in programma ne tarparono le ali assieme al fatto di non poter attaccare a fondo proprio perché in maglia oro c'era un suo compagno di squadra e nemmeno uno spirito libero e indomabile come il suo, poteva consentirgli di andare contro il bene di quella squadra che lo ha sempre trattato come il figlio prediletto, al punto da pagargli lo stipendio e da consideralo come un corridore del proprio organico per tutto il 2002 nonostante fosse ormai un ex.

Un destino quello di Jimenez troppo simile a quello di Marco Pantani, con lo scalatore spagnolo che non riuscì a superare il momento più difficile della sua vita, quello in cui si trovò a combattere contro la depressione. La battaglia contro il mal di vivere si è rivelata troppo dura, anche per chi era stato capace di domare la salita più dura di Spagna, quell´Angliru sul quale fu il primo a trionfare nel 1999. Il cuore di Jimenez ha smesso di battere il 6 dicembre 2003 mentre stava firmando autografi ad alcuni pazienti della clinica che lo avevano riconosciuto.

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