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John James Kelly, per tutti solo Sean

I suoi genitori erano agricoltori dell'Irlanda sud-orientale, lo avevano chiamato John James Kelly ma per non fare confusione con il padre cominciarono a usare il corrispettivo irlandese: 'Sean'
Sean Kelly, semplicemente. 
E forse nessuno avrebbe scommesso su quel ragazzino che a tredici anni lasciò la scuola per aiutare i suoi e tre anni dopo si mise a fare il muratore. Nessuno avrebbe pensato che quello sarebbe stato l'inizio di una esistenza tutt'altro che normale, che il ciclismo gli avrebbe fatto vivere in una specie di romanzo a metà tra il corale e l'avventura.

Sean entrò nel mondo dei grandi ancor prima di aver compiuto diciotto anni. Nel 1975, per prepararsi alle Olimpiadi in Canada andò a correre una competizione in Sudafrica sotto falso nome, come molti altri. Un divieto internazionale vietava la partecipazione come protesta contro l'apartheid ma si sa che lo sport ha poco da spartire con le divisioni, seppur nobili che siano. Sean non fu molto fortunato, questa ribellione gli costò la squalifica dalla corsa e la sospensione a vita dai Giochi Olimpici
Niente Canada allora ma Francia. Dove vinse diciotto gare e sbalordì i manager che gli offrirono un contratto con una squadra professionistica.

Cominciò così una carriera rocambolesca, guadagnandosi per merito il ruolo di capitano e di fenomeno nelle corse più importanti della primavera ciclistica. La Parigi-Nizza, prima di tutto, che durante le stagioni, vinse addirittura sette volte. Poi due edizioni della Milano-Sanremo, due della Parigi Roubaix e due della Liegi. 
Kelly 
 è forse uno di quella generazione che ha cambiato il modo di concepire la vita di un corridore,cosa mangiare e come mangiare. Come usare le potenzialità, prima del talento. Il che è diverso, in maniera sottile e profonda. Lui stesso dice che, ripensando al passato, la sua prima vittoria nella classifica generale della Parigi- Nizza è stato il più grande insegnamento, un punto di svolta. Prima di allora ragionava esclusivamente come uno sprinter, cuciva sé stesso in quel ruolo senza sbavare di una virgola. Pensava come un velocista e regolava la tattica di gara di conseguenza. Dopo quel giorno, riuscì a rendersi conto che poteva fare molto di più, uscire dai confini dei successi di tappa. Dai confini che lui stesso si era imposto. Si vince rischiando e questa è una cosa che il talento non ti può insegnare.

Sean Kelly si è ritirato nel 1994, con centonovantadue vittorie nel palmares. Adesso commenta il ciclismo in televisione, ha una fattoria con i cavalli e qualche asino. Quello che resta davvero dopo il ritiro è la lezione, il modo di correre che ispirerà altri negli anni che verranno. Il carattere di certe vittorie non si può leggere solo su carta. Questa, di lezione, è in fin dei conti profondamente beat: varcare confini, cercare di spingersi sempre più in là. Vivere tutto intensamente, affamati, senza risparmiarsi. La bicicletta, in questo, è un buon insegnante: chi l'ascolta sa che non servono briglie per inseguire davvero le stelle.  

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