Truly Made in Italy

  • Italiano
  • Inglese

La Classica fuga

Il ciclismo è uno sport fatto di rituali e di propri gesti atletici che diventano una specie di istituzione. La classica fuga parte da lontano, a volte dal primissimo chilometro, appena il direttore di corsa sventola la bandierina. Al vento da subito, senza se e senza maQualcuno direbbe che è roba per passisti, per chi ben sopporta quella strada infinita che separa da un arrivo. Penso che sia anche per quelli che non sono molto avvezzi a stare in gruppo e hanno addosso la voglia di evadere da quel piccolo spazio dove si sta gomito a gomito con i compagni. Se il ciclismo è una strana riproduzione della vita vera, allora forse la fuga veste i panni della libertà: la strada, poche persone a farti compagnia o magari nessuno, il viaggio. Poco importa se dietro il gruppo tenterà di venirti a riprendere. Il tempo è sempre clemente all'inizio, i secondi che salgono, che formano un piccolo bottino di vantaggio, cullano le speranze. E smussano le paure, quelle che tremano dentro come piccoli lumicini tormentati dal vento. Paura che quei chilometri siano davvero troppi, che la fatica venga mangiata via dalla stanchezza e dal ritmo imposto dagli altri, quelli del gruppo che giocano sempre inconsapevolmente coi nostri sogni. La libertà, ogni volta, ha una doppia faccia che bisogna affrontare. E pedalare sembra l'unica scelta. La solita scelta, nel limbo di quei chilometri che aiutano a costruire un rapporto effimero e intenso sia con sé stessi che con gli altri, quelli che condividono la fuga, passeggeri instancabili di un treno senza motore. Nascono i gesti che la gente ama e forse resterebbe a guardare commossa più di una vittoria: il passaggio di una borraccia, di un gel, un cambio dopo tanto tempo al vento. Piccole briciole di una quotidianità che il ciclismo è abituato a vivere e si costruisce per caso, tra ciclisti che magari non si sono mai incontrati o si sono solo salutati da lontano, a una partenza, ad un arrivo, una volta nel gruppo. Un pugno di uomini messo insieme dalla necessità. Di partire, di scombinare le carte e naturalmente di vincere. Almeno provarci, in un modo diverso. Sulla strada la fortuna conta davvero, assieme alle gambe. Qualche volta soffia a favore e una fuga infinita arriva al traguardo senza essere raggiunta. Spesso tutto quel crederci non è abbastanza. Il gruppo mangia secondi e asfalto e le forze si sgretolano. Quell'effimera unità si sfalda. C'è la stretta di mano, la pacca sulla spalla mentre sullo sfondo si delineano le figure sfocate degli altri che stanno arrivando. Sono alcuni di quei gesti che in bicicletta hanno un significato profondo e intenso. Una stretta veloce che significa grazie. Grazie della condivisione, di aver fatto fatica con me per tutti questi chilometri, di aver sopportato le gambe che volevano diminuire il ritmo, di avermi dato cambi e motore per questo pazzo sogno. Anche i grazie, nel ciclismo, sono come nella vita vera: nascosti nel chiasso di tutto il resto.

Tutte le storie hanno una morale. La fuga, costruita nella più classica delle maniere, un po' come si faceva una volta, forse ne ha più di una. Tante sfaccettature  in un solo gesto che si ripete e assomiglia alle cose che definiremmo senza senso. Provare a inseguire un traguardo partendo da lontano, contando solo su sé stessi, seguendo l'istinto, fidandoci di chi condivide le nostre speranze, mettendo in conto il fallimento. Eppure sono cose che facciamo tutti i giorni, pur tenendo il filo della normalità. Siamo anche noi, da tanti chilometri, in fuga inconsapevole. A volte l'arrivo è più chiaro di tutto, altre siamo costretti ad usare un po' di immaginazione per disegnarlo sull'orizzonte piatto che le nostre gambe stanche si rifiutano di accettare.

Subscribe now to our newsletter!