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La Doyenne, il ciclismo, gli italiani

'Non la si vince per fame, ma per amore'
(Rick Van Looy)

Liegi ha lo stesso carattere delle città del Nord: quieta, bellissima mentre si specchia silenziosa nel canale che la attraversa. E come ogni città del mondo ha le sue storie. Questa è legata a doppio filo con l'Italia e soprattutto con gli italiani che tra gli anni Trenta e Cinquanta si trasferirono in Belgio per trovare lavoroche, alla fine, si rivela pur sempre una ricerca più profonda, quella di un'esistenza migliore. Polvere nera. Carbone. Miniere. Scavare quella terra nuova senza prenderne parte. Perché le comunità assomigliavano molto a quelle di certi immigrati dei giorni nostri: completamente fuori dalla società. Chiusi nelle loro famiglie tutte casa e lavoro. Niente altro.
Niente a parte la Doyenne. La chiamano così, la Liegi-Bastogne-Liegi. Da chissà quanto. Perché la sua storia è lunghissima e pressappoco sempre uguale. Un percorso che, come tutte le cose legate al ciclismo, ha avuto anche il delicato compito di fare da collante tra la gente.
E' strano davvero come la strada dove passa, anche solo per qualche secondo, una corsa, abbia questo potere. Per la Liegi è stato così. Sarà che le competizioni in Belgio sono come le feste comandate. Lavorare è peccato.

Me la immagino così la Côte di Saint-Nicolas, la côte degli italiani. Come doveva essere allora. La gente che applaude con le dita ancora nere, reduce delle ore di lavoro del giorno prima ma coi vestiti della festa, magari. O forse no, forse con i loro soliti vestiti per essere più comodi, per correre lì più in fretta. Adesso qualcosa è cambiato ma di certo qualcosa è pur rimasto. Come una specie di incisione. Funziona così con le cose che hanno un passato lungo che è riuscito a cucirgli addosso un'anima tutta loro. Prima la Liegi-Bastogne-Liegi era poco più che conosciuta, i ciclisti che una volta correvano per portare a casa il pane alla famiglia che si spezzava le reni nei campi con poco successo, sapevano che il premio per una vittoria era ben magro. Ma importava poco. La amavano. E questo bastava. Tutte le cose che crescono sull'amore sincero e disinteressato sono destinate a durare a lungo. Sono destinate a durare per sempre.
Poi è diventata l'ultima leggendaria Classica delle Ardenne. Poi gli italiani, in bicicletta questa volta, hanno cominciato a vincerla. Sempre di più. Hanno riannodato quel legame tra la loro terra e quella lassù. L'hanno mescolata. Hanno fatto piangere di felicità la gente che aveva nostalgia di casa. Hanno continuato a chiamarla 'Doyenne', la decana. Come in segno di rispetto. Come a sottintendere che quella corsa era molto di più che una festicciola di paese. Il tempo le ha dato lustro. L'amore l'ha sorretta negli anni.

Un percorso sempre identico. Da Liegi fino a Bastogne e poi ritorno. Per un'altra strada, per altre côte. La Redoute e le altre. Una incisione come i segni che le zingare leggono sulle mani e ti prevedono il futuro, ti dicono cosa sei e cosa sarai. Il segno di un destino. Questo destino uguale e diverso nel tempo. Per le persone che ti hanno applaudita, Doyenne. Per la gente che ti ha amato. Per quelli che erano casa e lavoro ma per un giorno, solo per un giorno, guardavano te. Per quelli che nel buio delle miniere pensavano ai telai lucidi nel sole. Per gli italiani che aspettavano di applaudire altri italiani che in un soffio gli avrebbero riportato il profumo di casa.
Per tutti quelli a cui hai regalato un sogno, Doyenne. Il ciclismo è fatto così: in un istante senti davvero cos'è la libertà.

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