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La Movistar attorno ad Adriano Malori: tutti per uno

Compartida la vida es mas.
E' lo slogan di qualche tempo fa della compagnia di telecomunicazioni Movistar e l'omonimo team l'aveva scritta sul bus. Pur essendo una frase di marketing, in quel preciso contesto, perdeva tutto il suo sapore commerciale e ne acquistava uno nuovo. Un valore. Un valore che per il ciclismo è fondamentale. La storia che è uno sport individuale e di squadra assieme è quasi vecchia. Lo sanno tutti anche se è difficile, a volte, capire quanto sia profonda la questione.
Insieme la vita è meglio.
Sì, infatti. La fatica fa da collante e i colleghi diventano amici. Perché ci condividi tutto: la stanza, la colazione, lo streaming del film la sera dopo la tappa, i lunghissimi trasferimenti, le ore in aeroporto, i giorni in ritiro lontano da casa. Insieme è meglio. Di certo.
In corsa e fuori, nelle vittorie ma anche nelle difficoltà. Soprattutto nelle difficoltà e, anche se sembrano frasi fatte, la realtà dice che la retorica non fa parte di questo sport.

Nella quinta tappa del Tour de San Luis, in Argentina, Adriano Malori che sta pedalando in testa al gruppo cade e innesca un bruttissimo incidente. Lui ha decisamente la peggio. Viene trasportato in ospedale e viene indotto al coma. Lo shock è generale. Quando si pensa agli sport più pericolosi non viene certo in mente il ciclismo da mettere in cima alla lista. Eppure nessuno ci pensa che i ragazzi viaggiano magari alla velocità di una macchina, su strade asfaltate, praticamente senza nessuna protezione, a parte '“ per fortuna '“ il casco. Sono le regole. E i rischi. Ma nessun codice, nemmeno quello morale di una squadra, può spiegare fino in fondo quanta forza possa infondere l'unità. Adriano in ospedale e i suoi compagni a correre, là fuori. Lotte diverse che non possono certo essere paragonate. O forse sì. Forse si impara a lottare in ogni singolo giorno della nostra vita, in modi diversi certo, ma fa sempre parte di un allenamento. Uno si chiede come si può essere concentrati sulla corsa con un amico in quelle condizioni. Invece il fulcro gira proprio su quel meccanismo: i compagni si aiutano, i compagni stanno fianco a fianco anche lontani, combattono insieme anche quando le battaglie sono singole. La forza è una cosa che si trasmette anche a distanza.

E così, mentre Adriano, lentamente, dà segni di miglioramento, non parla ancora ma riconosce il suo massaggiatore con un sorriso, Dayer Quintana vince il Tour de San Luis. E lo dedica a lui. La Movistar è compatta in strada e sul podio. Adriano è stato il loro collante. Nairo Quintana, in conferenza stampa, ribadisce che quella vittoria di squadra è per il Malo. Non vede l'ora di toccargli le mani e lo dice commosso, lo dice con la sua solita pacatezza nella quale si intuisce la gratitudine  e l'affetto verso un amico che gli è stato accanto durante i grandi giri e tutti sanno quanto conti il sostegno in queste occasioni.  Forse solo loro sanno fino in fondo cosa voglia dire davvero, sostenersi a vicenda per giorni e giorni in sella ad una bici. La pressione di essere capitano e poi, dall'altra parte, la pressione di dover aiutare il capitano, di stargli vicino in ogni momento. Perché una corsa a tappe è fatta di piccoli momenti che si incastrano come un puzzle. Tutti si devono incastrare alla perfezione perché tutto vada bene. E bisogna anche essere preparati a qualcosa di incastrato male. L'unità è anche la capacità di gestire la confusione. Restare insieme, tra i coriandoli di un podio o nella stanza di un ospedale.

Il ciclismo è uno sport così ed è merito dei ragazzi che lo praticano. L'hanno reso così. Così umano e così forte.
Tutti per uno, uno per tutti.

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