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La Strade Bianche, dentro al tempo

Quattro aprile duemilaediciassette. L'undicesima Strade Bianche. Qualcuno la chiama Eroica alla vecchia maniera ma fa lo stesso. Di sicuro il nome è l'ultima cosa che spiega questa corsa. Anzi, a pensarci bene questa non è una corsa così facile da spiegare.
Come tante altre cose del ciclismo, bisogna sentirla sulla pelle per capire, almeno un po', la sua vera anima.

La Classica più giovane la chiamano, eppure quello che c'è di straordinario è la sua capacità di avere una solennità antica, immersa completamente in un altro tempo, senza perdere la bellezza di una competizione sempre nuova.
Forse per spiegarla basterebbe guardare la polvere alzarsi dai suoi sterrati che tagliano in due le campagne immobili nella primavera tiepida e gelida allo stesso tempo. Basterebbe entrare a Piazza del Campo da uno dei vicoli e vedere la Torre del Mangia così alta nel cielo azzurro, attraversata da un volo improvviso di uccelli. Forse per spiegarla basterebbe ascoltare quel senso di vuoto allo stomaco che assomiglia fin troppo all'amore, quando non sai se il cuore è ancora al suo posto. 
E' così il ciclismo. Ferma gli istanti, sgretola le parole.

Ma forse no, nemmeno questo basta a spiegarla fino in fondo. Che a pensarci bene è davvero unica al mondo. Dentro e fuori dal tempo. La polvere che ti si attacca ai polmoni, che ti secca la gola, ti entra negli occhi. Un piccolo inferno bianco nella tranquillità delle campagne. Uragano e silenzio. Spesso è così, questo è uno sport che premia i contrasti. 
E quei denti stretti, a ogni piccolo strappo, a ogni breve disequilibrio su strade precarie. Questo è uno sport che premia il dolore.  
I cipressi come soldati sulle colline e il gruppo che spezza tutto per un attimo, cavalli al galoppo. 
E' stata una classica da subito, il perché è anche semplice da immaginare. C'è questo respiro di contrade antiche, di storie perse e ritrovate, di tradizioni che attraversano i secoli.
Questo è uno sport che premia lo spettacolo, la scenografia straordinaria di un arrivo che è perfetto come un teatro. Dall'alto o dal basso, da qualunque prospettiva lo si guardi. La schiena di mulo di Via Santa Caterina come un'ultima scudisciata prima del paradiso, che ti spezza le gambe per vedere se sei capace di resistere a un sogno così.

Dicono che il numero undici sia speciale ma forse, in questo caso, importa davvero poco. Questa sarà di nuovo una corsa senza troppe etichette, che insegna agli outsiders a mandare giù le sconfitte più amare, preludio delle vittorie più belle. Che si nutre di polvere e di bellezza.
Sarà ancora una corsa così. Dentro al tempo e oltre al tempo.

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