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La Toussuire-Le Sybelles

Il Tour è finito, la notte di Parigi è passata. Restano cose strane di questa corsa, restano piccole biglie dimenticate nella tasca di un bambino che torna a casa: hanno ancora addosso un po' di sabbia, qualche riflesso dei pomeriggi azzurri del mare. 

Le prime ore nei paesini della Savoia sono caldi e silenziosi: le cicale, qualche mucca in lontananza, l'odore di erba cotta dal sole. Persino il giorno in cui passa il Tour de France. C'è il silenzio che precede la corsa, quello delle ore che si sciolgono lentamente nell'attesa. Un signore coi capelli bianchi legge attentamente un giornale, seduto in una chiazza d'ombra su un seggiolino di fortuna. Ogni tanto alza lo sguardo per vedere qualcuno che sale in bicicletta e poi si rimette a leggere. Una curva, quattro camper bianchi e lucidi nel sole, le bandiere che sventolano lievemente e la telecronaca in francese che viene da quelle case viaggianti che inseguono il Tour per tre settimane.

Che quella è la strada che porta a La Toussuire lo si legge un po' dappertutto. Specialmente su un muro in cui è scritto a caratteri cubitali con quei rulli da imbianchino che non andranno via neanche per quattro secoli a venire. La Toussuire '“ Le Sybelles. E poi i cappellini di lana a pois, quelli che certi si ostinano a mettere persino sotto questo caldo di luglio.  La montagna è una cosa sacra. Specialmente le Alpi. Specialmente le Alpi durante gli ultimi giorni di Tour.
Due nonni passano lentamente tenendo per mano un bambino che avrà quattro o cinque anni. Vanno verso lo striscione dei meno quindici al traguardo, lo oltrepassano. Non si sa dove si fermeranno, forse troveranno una curva all'ombra, un posto per aspettare il passaggio.
Salendo si incontra chiunque. Di italiani ce ne sono, inutile dire che tanti vorrebbero Vincenzo. Perché in montagna, quando si aspetta un passaggio, non c'è niente di più bello che essere testimoni di una rivincita. Passa la carovana, scuote un po' la montagna e poi ritorna il silenzio. Gente non ne sale più. Ognuno ha trovato il suo posto, si è preso il suo angolo di salita. Pioviggina e sembra un segno che Vincenzo Nibali, lo Squalo di Messina sia davanti a tutti. Ha attaccato in discesa e ora ha quasi un minuto su Rolland. Verso La Toussuire c'è il temporale di una stagione che non è andata come lui voleva. Le nuvole di chi era troppo egoista per pensare che ci sono annate buone e annate un po' amare. Vincenzo passa sull'asfalto che è rimasto asciutto, che ha profumato appena l'aria di umido per quelle poche, piccole gocce cadute. A bordo strada qualcuno lo incita e urla incoraggiamenti. Ne troverà altri sulla via per La Touisserie. Altri italiani sparsi per la montagna, fino all'arrivo.

Esce di nuovo il sole. Si scende lentamente, qualcuno si ferma a sbirciare nei camper per vedere se i big, là dietro, hanno fatto qualcosa. C'è una strana luce sui fianchi delle montagne, così verdi d'estate e così bianche d'inverno. La Savoia. E i suoi paesini da romanzo che si affacciano sulle valli e che, anche in luglio, conoscono il freddo della notte piena di stelle vicine. Il ciclismo le attraversa, le scuote, gli regala un ruolo da regine per un giorno. E poi tornano silenziose, nella perenne attesa che quell'istante si ripeta. Un'altra volta, altre mille.

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