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Laurent Fignon, il professore che vinse il Tour de France

Laurent Fignon vinse il Tour de France per la prima volta a soli ventidue anni, lo chiamavano 'il professore' ma la sua indole era tutt'altro che scolastica, come la sua esistenza, vissuta tutta all'attacco.

Era un giorno d'agosto, Laurent Fignon l'aveva detto che stava per morire, lo aveva detto a tutti con la sua voce roca mentre commentava il suo ultimo Tour de France e tutti lo sapevano, l'aveva fatto per prepararli, per preparare forse anche sé stesso. Ma alla fine Laurent se ne era andato davvero e, come spesso succede, nessuno era riuscito a rassegnarsi all'idea di perdere il professore che a soli ventidue anni, quando lo credevano solo un gregario di Hinault, vinse il Tour de France.

Parigino, lo chiamavano i francesi, perché era nato proprio a Parigi città, nel diciottesimo arrondissement, anche se era solo un bambino quando la sua famiglia si trasferì in campagna. Dove cominciò a correre, a piedi prima e in bicicletta poi. Prima gara, prima vittoria: il colpo di fulmine con il ciclismo, improvviso proprio perché aveva accarezzato il suo ego. 
Professore, avevano iniziato a chiamarlo, perché aveva studiato per insegnare matematica e per quegli occhiali con la montatura dorata che ingrandivano il suo sguardo di ghiaccio, affilato come il suo temperamento. Ribelle, di sicuro, e anche totalmente lontano dalla diplomazia che la gente si sarebbe aspettata da uno così. Era indecifrabile, a volte, Laurent. Ma era anche schietto come pochi altri, antipatico a molti perché diceva la verità senza nasconderla mai.  Come quando aveva parlato del suo capitano Bernard Hinault, dicendo che era fortunato ad averlo in squadra perché altrimenti lo avrebbe attaccato e attaccato fino a sfinirlo. Attaccare. Era questo che gli piaceva del ciclismo, diceva che con il tempo si era trasformato in uno sport di difesa, gli avevano rovinato l'anima.


"In bicicletta tutte le facciate svaniscono. Il ciclismo è la verità nuda."

Il Tour de France è stato una benedizione e una maledizione. Gli otto secondi di quello perso contro Greg LeMond sono stati il suo tormento per una vita: glielo ricordavano tutti '“ la più clamorosa sconfitta non annunciata '“ e lui, per tutta risposta, ripensava a quando aveva vinto per la prima volta la Grande Boucle. Ventidue anni, gregario di un semidio. Hinault aveva una tendinite, divenne lui capitano e arrivò a Parigi con quattro minuti su Arroyo, tenendosi la maglia gialla per le ultime sette tappe.

Ma Fignon ne sapeva molto anche sulla lealtà e qualche mese più tardi aiutò Hinault a vincere una memorabile edizione della Vuelta per poi riconfermarsi al Tour l'anno dopo. Giusto per dire che non aveva vinto per caso, che era davvero un grande talento. Forte dappertutto, nelle corse a tappe e nelle Classiche, sempre all'attacco, di quei corridori che corrono con cuore e rabbia e competizione, l'ultimo hippie.

Era un campione ma per sua stessa ammissione non era fatto per le luci del palcoscenico. Aveva sempre bisogno di dire quello che pensava, aveva bisogno di silenzio a volte, una malinconica ritrosia che forse disegna la sua personalità divisa tra impeto e riflessione. Come quando salutò il Tour per l'ultima volta, lasciandosi staccare da tutti sul Col de La Bonette, per avere il suo attimo di tristezza e di grazia. Perché la montagna è una delle cose che nel ciclismo è vicina come non mai alla beatitudine e alla sofferenza, perchè a volte i colori dei suoi crepuscoli sono come incendi sulla pietra, esattamente come era stato, esattamente come aveva corso.

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