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Le gambe se lo ricordano ancora

Occhi azzurri come l'acqua di certe albe solitarie sul mare del nord, quasi irreali, e un temperamento da pistard prestato alla strada. Forse è vero che ci rimane dentro qualcosa di profondo e immutabile del luogo dove siamo nati. Nel 1991 Thierry Marie è un ragazzotto di ventotto anni che parla francese e ha i lineamenti del nord, denti bianchi e perfetti quando sorride, corpo piegato sulla bicicletta come gli aveva insegnato la pista.
Quel 1991 le gambe se lo ricordano ancora. Lo dice lui stesso. Ancora oggi che sono passati ventiquattro anni.  Ancora oggi che quella giornata di vento e di sole a Le Havre sembra così lontana, quasi persa nel tempo, avvolta dalla stessa aura che avvolge le leggende.

Il ciclismo ha sempre intessuto le sue storie più belle sulle fughe da lontano. Forse perché sono un po' come tutti i sogni quasi impossibili. Li sentiamo nostri e non ci arrendiamo anche quando sembrano troppo lontani da raggiungere. Quel giorno Le Havre era davvero troppo lontana. Cittadina accoccolata sulla riva destra della Senna, nata su una terra paludosa e scossa dalle tempeste. Le Havre nella Normandia di Thierry. Quel giorno era il richiamo delle radici che ogni ciclista sente anche a chilometri di distanza. Quelli da percorrere erano duecentocinquantanove. Thierry lascia il gruppo al chilometro venticinque. Una fuga di cuore verso casa. Nessuno, forse nemmeno lui stesso, avrebbe scommesso un centesimo su quell'azione. Il cuore va bene, ma per reggere più di duecento chilometri al vento da solo devi avere le gambe. E devi avere la testa.
Ma Thierry è abituato alla monotonia della pista, alla posizione sempre uguale e all'energia fino allo stremo.  E' abituato a tenere gli occhi fissi sull'obiettivo e lasciar scorrere il resto, con una inconcepibile spensieratezza.  Quella lingua d'asfalto che porta alla città sulla Senna è interminabile e lui la percorre tutta con la stessa pedalata, con la stessa solitudine. Lui, le sue gambe. Fanno male ancora adesso a pensarci. Perché è sempre così: non sai mai qual è la tua soglia del dolore, nemmeno quando la superi. Vorresti sempre andare più in là. Il ciclismo è fatto per questo.
Grigioazzurro è il mare, lo stesso colore che hanno gli occhi di Thierry in questa luce quasi senza sole. Quasi offuscati dalla fatica immensa. Trema sulla bicicletta per gli ultimi metri in pavè. Trema l'ultimo piccolo lumicino che gli è rimasto. C'è la linea bianca dopo duecentotrentaquattro chilometri di fuga con sé stesso. C'è la gente che non ci crede e vorrebbe abbracciarlo perché sa che quello è un normanno. Figlio loro che ha avuto il coraggio di sfuggire al gruppo fino al traguardo. Alza le braccia appena. A volte, esultare è un lusso che la fatica non ti concede. Eppure quella linea bianca è sua per sempre. E' solo il dodici luglio, un giorno come un altro dell'anno millenovecentonovantuno. Il ciclismo, invece, ci ha già scritto sopra una delle sue storie.

Le gambe se lo ricordano ancora. E' vero, Thierry. I sacrifici per arrivare a un sogno non si offuscano mai, restano incisi dentro. Sono i compagni di strada. Specialmente qui dove per essere felici bisogna prima sopportare la sofferenza dei chilometri solitari. E a volte non basta nemmeno. Non è facile dire che cosa serve per vincere. Forse è più facile dire cosa serve per essere ciclisti. Bisogna avere le gambe e bisogna avere cuore. Bisogna essere saggi e bisogna essere folli. E anche sé stessi. Il carattere scrive le corse. Quelle vinte e quelle perse. Servono tutte. Per crescere, per vivere.

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