Truly Made in Italy

  • Italiano
  • Inglese

Le voci della montagna

Il ciclismo, di per sé, ha un linguaggio semplice. E' uno di quegli sport nati per arrivare subito al cuore. Poi con il tempo siamo stati noi a complicarlo, come facciamo sempre. A volte, ho l'impressione che tanti, da fuori, abbiano il preconcetto che seguirlo sia noioso, troppo lungo e troppo tecnico rispetto a una partita di novanta minuti o ad una corsa in un circuito. Se dovessimo spiegare a qualcuno di loro il rapporto profondo, intimo e allo stesso tempo collettivo che questo sport ha con la montagna, forse non esisterebbero parole adatte. Chi più in alto sale, più lontano vede diceva Walter Bonatti. Forse c'è un solo modo per sentire davvero le voci che la montagna sussurra ai suoi ciclisti: salire. A Sant'Anna di Vinadio, la strada sembra fatta apposta per i pellegrini che cercano silenzio. Un silenzio che durante le giornate in cui passa il ciclismo è ancora più speciale, quasi sacro, perché scandisce termini precisi. Il tempo, il rito. Prima dell'arrivo della corsa o durante un passaggio importante, quando la telecronaca si ascolta in cuffia dal telefono o si origlia dal vicino che chissà perché ne sa più di te, persino in questo angolo di mondo dove non c'è campo e non si può guardare nessun social.
Il santuario a duemila metri d'altezza vigila le montagne, i pini, le nevi perenni sulle cime più alte, la cicatrice lasciata da una frana chissà quando. La gente si arrampica fin qui per vedere il passaggio di un Giro che è stato ribaltato in poco tempo. Un giro caleidoscopico che ai bastian contrari non è piaciuto. Troppi i possessori della maglia rosa, troppi gli inconvenienti. Troppo tutto.
E' che veramente il ciclismo è bello da seguire così. Fare il tifo per quelli che vincono e per quelli che perdono. Tanto il giudice è sempre uno: è sempre la strada, questa che si piega nell'ultima curva e si apre all'ultimo strappo. Il sudore, la fatica e l'incanto. La bellezza.
C'è Rein Taaramae, puntino rosso seguito dalla macchina del suo team che si lancia giù dalla discesa del Colle della Lombarda. I tifosi, come totem della montagna, lo osservano dall'altro versante. Ancora non sanno chi è ma già si preparano per quando arriverà lì, a pochi metri dalla loro transenna. L'attesa e poi il boato e poi di nuovo. Vincenzo Nibali che aspettano da stamattina, che avrebbero aspettato in qualunque condizione. Lo avrebbero amato anche con quei quattro minuti di ritardo in classifica. Lo avrebbero amato comunque. Perché ci sono cose che vanno al di là della vittoria e il ciclismo ce lo insegna ogni volta. Però Vincenzo ha fatto un capolavoro con la sua rabbia e questa è un'altra lezione da tenere a mente.
Poi c'è Esteban Chaves. I colombiani lo chiamano teneramente Chavito, con il loro tono di voce che addolcisce tutte le 'c'. La maglia rosa per un giorno, i suoi genitori a vederlo per la prima volta in Europa, in questa specie di paradiso sperduto, così vicino al cielo, così vicino a un sogno incredibile per un ragazzo. La montagna parla anche a lui. La gente si sporge dalle transenne. Tutti sanno che quella maglia è già persa ma non importa. Vogliono bene anche a lui. Per la sua umiltà, per quel suo sorriso onnipresente, per quegli occhi grigio azzurri così strani per un latino americano e che brillano sempre come quelli di un bambino stupito.
Niente importa su quella curva. Tutti vogliono solamente sentire il ciclismo che passa accanto a loro, sentire quella specie di brivido a vederli alzarsi sui pedali, a vedere il tifo che ti lascia senza voce. Che alla fine, checché se ne dica, la gente ama i suoi idoli per le loro storie. I primi posti non sono cose che incidono il cuore. E' per questo che quando passa Steven Kruijswijk tutti gridano ancora più forte.
E' l'ex maglia rosa, dice qualcuno.
Corre con una costola rotta, dice un altro. 
La montagna è anche per lui. Perché la sofferenza acuisce tutto e quelle voci sono più grandi, volano sopra il dolore che si mischia alla fatica. Stewie che ha sentito tutto il calore della sua gente, di quelli che son venuti a vederlo dall'Olanda perché ci credevano, ci credevano davvero. E di quelli che son rimasti.
Perché l'amore è così. E' quello che resta quando tutto si spegne. Che si vinca o si perda.

Quando la montagna torna in silenzio non sembra vero guardare il fiume di persone che torna a valle mentre il sole scivola via e illumina solo le cime più alte, più brulle. C'è il brusio delle cascatelle che rotolano sul versante come vene della roccia. Ci sono i ciclisti che scendono verso gli hotel e osservano la strada che si snoda sotto di loro dal vetro dell'ammiraglia. Forse le voci di quel pellegrinaggio infinito tornano nella testa come ossessioni o come ricordi. Le voci tornano nel silenzio della sera e alla fine la fatica ha un sapore meno amaro. Non serve a molto spiegare il ciclismo, spesso basta solo ascoltare.

Subscribe now to our newsletter!