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Le Voyage

Da bambina avevo un gioco che nei negozi di giocattoli non si trova più ma che forse qualcuno si ricorderà. Lo scopo era di fare un viaggio in Europa muovendo la pedina attraverso le sue città più importanti. Il dado decideva di quanto potevi muoverti, il tempo dichiarava il vincitore. Su quella cartina dove mettevamo le bandierine colorate c'era anche Leeds. E ora che il Tour de France, tra pochi giorni, partirà proprio da quella città ripenso a quel viaggio virtuale che facevamo ogni volta, stando seduti al tavolo di casa. Le voyage, per dirlo nella lingua della Grand Boucle, la gara che i francesi adorano come l'Inno, come la bandiera o Parigi illuminata. 'La strada è vita' diceva Jack Kerouac e per il ciclismo lo è più che mai. Esistenze in bicicletta che sulle strade di asfalto rovente o scivoloso soffrono, amano, vincono, perdono, si scoprono uomini e crescono. La strada è viaggio e il Tour de France, un po' per l'assonanza, un po' per associazione di idee mi ricorda quei Gran Tour che gli aristocratici, nel 1700, facevano attorno all'Europa: mesi, a volte anni per conoscere la cultura, l'arte, la bellezza di quel mondo che ancora non aveva i mezzi di oggi ed era a suo modo ancora un po' misterioso e a tratti selvaggio. Lo Yorkshire non ha perduto quell'anima un po' ribelle e forse è il posto giusto dove piantare la bandierina quest'anno: la solita soggezione che dà questa competizione non solo agli atleti ma anche ai tifosi, si mischia allo spirito di quelle terre, alle sue case grigie contro i cieli grigi e al verde abbagliante delle sue immense campagne. E' un viaggio che comincia in silenzio, in quel silenzio, e che finirà nella festa rumorosa di Parigi, nella folla, negli applausi. In mezzo c'è tutto quello che può contenere un diario: appunti, schizzi, disegni, fatiche, sudore, delusioni, conquiste. Tutto assieme, come sempre. Non è un libro, il ciclismo, è un taccuino senza trama. Disordinato e profondo, coi pensieri che seguono il filo sconnesso delle strade, del tempo, di quella vita tra un trasferimento e l'altro, tra un arrivo e un traguardo. E' un viaggio nel cuore profondo del significato umano: una bicicletta, due gambe, una rotta. Questa volta, al centro, come un punto fisso, come un ritorno, c'è Aremberg con la sua foresta, con il suo pavè che si tiene nascosto ancora il carbone della miniera e lo risputa nelle giornate di pioggia. Le ricognizioni di questa tappa, durante l'attesa, si sono susseguite una dopo l'altra. Forse perché è strano percorrere Aremberg in un giorno di luglio. Forse perché il pavè è quasi disarmante fuori dalla sua cornice storica, fuori dal suo granitico ruolo di giudice per le gare del Nord. Viottoli che tagliano la campagna, silenziosi e tremendi. Il silenzio e la fatica, insieme ogni volta, partenza e ritorno. Serve essere abituati per quando arriveranno le montagne. Il Lautaret, il Tourmalet e l'Izoard che ha il nome da leggenda ed è una frustata nella pelle viva. Una salita diritta, tutta nel sole che vicino alla vetta perde la sua vegetazione e rimane nuda, vestita della sola sua roccia. La 'Casse Deserte' la chiamano ed è fatta di quei chilometri che fanno maledire il viaggio, l'essere arrivati lì. Eterni, da stringere i denti, da voler mollare tutto. Partire è anche questo ed è come pedalare: ti mette davanti a te stesso, la fatica fa uscire i sogni più veri.

E' tutto qui, in questi appunti sparsi di questo viaggio che sarà. Parigi se li riprenderà tutti, regalerà a ciascuno qualcosa, a chi molto a chi poco. E' la destinazione, è il punto fermo dopo chilometri e chilometri di asfalto, dopo giorni che sembreranno mesi per quanto saranno stati lunghi e lontani da casa. Conta in cosa saremo cambiati, alla fine. Anche noi che lo guarderemo in televisione o lo seguiremo sui social. Il ciclismo ha sempre questo strano potere di far vivere le cose sulla pelle anche a chilometri di distanza. Quel viaggio, in un modo o nell'altro, sarà anche il nostro, con o senza valigia.

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