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L'estate di Barcellona

Settembre, il due. L'anno è il 1973. Barcellona vive ancora la sua torrida estate spagnola. Il cielo è azzurro senza una nuvola e l'asfalto è cotto dal sole. E' il giorno dei Mondiali sul circuito di Montjuich dove la gente aspetta il passaggio dei giri, pazientando prima, scatenandosi poi. Sono gli anni di Eddy. Il cannibale è il mostro del ciclismo mondiale. Batterlo è un impresa da don Chisciotte. Ma si sa che il Mondiale è una corsa a sé. E' quasi strano tentare di assegnare un titolo così importante in una corsa sola. Dove tutto può succedere. Dove il cinquanta per cento lo fa la fortuna o la sfortuna. E il restante è un insieme di tutto quello che in una corsa può accadere o non accadere. Ma forse è questa la parte più affascinante. E' una gara per tutti e per nessuno. D'altronde il ciclismo è sempre stata una questione di equilibrio. Anche con il destino.

Nell'estate di Barcellona del 73 c'è Felice Gimondi, bergamasco eterno secondo, battezzato così per quei suoi innumerevoli piazzamenti dietro il guru belga del ciclismo internazionale. Checché se ne dica, lo sport continua ad essere oggi come allora una questione di primi e di vincenti. Persino quando ci si impegna a non giudicare, la linea bianca viene sempre per prima. Anche se la vittoria non crea automaticamente il personaggio. Merkxx lo era e lo è tutt'ora, senza dubbio, non foss'altro per quella sua fame cieca e a volte inspiegabile. Spesso i lati oscuri fanno leggenda. Altrochè!
Ma quel giorno le carte sono destinate ad essere mischiate. Fino all'ultimo metro dell'ultimo giro.
Durante il quarto giro, in discesa, una pietra schizza via da una ruota e colpisce il ginocchio di Eddy Merkcx. La piccola ferita provocata non gli impedisce di attaccare quando al traguardo mancano sei giri. Gli rispondono il giovanissimo Battaglin, Ocana, Zoetemelk, Maertens e Gimondi. Dietro gli azzurri fanno di tutto per sostenere la fuga che riesce a prendere un vantaggio di tre minuti. Sulla salita più dura si decide la corsa. Il Cannibale scatta ma Maertens para il colpo. Gimondi pure. Tentativo annullato. Scatti. Ancora. Piccoli, secchi. Ma Felice non molla. Tiene coraggiosamente sotto controllo il belga, non si lascia stancare dalla sua tattica frenetica. A quattro chilometri restano in quattro: due belgi, uno spagnolo e un italiano. Un chilometro. Duecentocinquanta metri. A questo punto è volata, non si scappa. Si controllano, è naturale. Il Mondiale è lì. Per uno dei quattro, solo per uno.

Questione di metri, come tante altre volte. Di secondi. Di spunto giusto al momento giusto. Il secondo diventa primo. Felice Gimondi è Campione del Mondo. Lo consacra l'estate torrida di Barcellona dell'anno 1973. In Italia la gente esulta davanti al tubo catodico che manda immagini sbiadite di quella volata, della folla sul rettilineo che abbraccia e porta Gimondi in trionfo.
Vincere sulle aspettative della vigilia, passare quella linea prima di Merckx, sentirsi nelle gambe la volata perfetta.
Anche questo è leggenda. Una delle tante che settembre ha vissuto negli anni, Mondiale dopo Mondiale, con il suo profumo tra l'estate e l'autunno e il suo potere di scompigliare le carte come foglie nel vento.

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