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L'ora d'oro

C'era una volta la bicicletta di Eddy Merckx, col telaio forato da parte a parte come se qualcuno l'avesse usato per giocare al bersaglio. C'era una volta la bicicletta di Francesco Moser con le sue nuove ruote lenticolari che, chi l'avrebbe detto, sarebbero servite a guadagnare tempo.
Il record dell'ora è sempre stato, per prendere in prestito le parole di Adriano De Zan, un dolce racconto mediatico. Il maggior numero di chilometri in un'ora. Una sola ora per mettere alla prova sé stessi e tutto quello che si è con la bicicletta. Il romanticismo e la fatica cozzano tremendamente come nelle più belle prove del ciclismo: è questa mistura che rende tutto più affascinante, ipnotico come il movimento sempre uguale dell'uomo aggrappato alla sua bicicletta mentre gira sul circuito, come una monetina nella lavatrice.

Quarantasette chilometri e settecento metri. Il record di Sosenka, un numero di semi acciaio, resistito per anni forse anche grazie alla poca voglia di provare a batterlo seriamente. Tentativi tanti, illustri pochi. Dal 2005 le voci si sono rincorse dandosi la mano, una dopo l'altra. Ma quei chilometri sono sempre rimasti lì, come se appartenessero a un passato quasi remoto, in cui c'era tempo di pensare anche a questo. Oggi, tra queste corse che cominciano sempre più presto e fanno fare il giro del Mondo, sembra una sfida a sé, una costola troppo staccata dal cuore. Invece, correre così, è solamente una questione di cuore. Le gambe arrivano dopo, ce le porta il coraggio, la volontà.
Jens Voight è nato in Germania nel 1971 sotto il segno della Vergine. Ha cominciato la sua carriera da ciclista professionista nel 1997 e ha alzato le braccia sessantasei volte, partecipando a diciassette edizioni del Tour de France. Ma, come tutte le brevi bio, non basta questo a descrivere Jens. Nonostante i suoi numeri parlino chiaro, la sua indole ha ancor più da raccontare. Le sue fughe, per esempio, portate sempre fino allo stremo delle forze, un combattente fin dentro le ossa che a mollare ci ha pensato davvero poche volte. 'Shut up legs!' è il suo motto che è diventato, con gli anni, un tormentone, assieme a tutto quello che si riuniva attorno alla sua personalità eccentrica.
La bicicletta, però, è un amore intenso e breve, per quanto si possa allungare a furia di carezze e di fatica. Jens, qualche mese fa, ha detto addio al mondo del ciclismo con un inchino profondo davanti al pubblico californiano. L'ultima sua corsa o meglio, l'ultima sua gara in gruppo. Sì perché, in realtà, giovedì scorso, in un velodromo svizzero, ha sfidato l'ora.
Sì, forse non c'è niente di speciale in un omino che gira attorno a un circuito di legno per sessanta minuti. Eppure il ciclismo è uno sport di gambe e di testa assieme, che regala un' aura mistica alle cose semplici. Tutt'attorno la musica, i tifosi chiusi nel velodromo e dentro, in quel breve perimetro ovale e lucido, il silenzio. E il sudore che quasi fa più rumore della ruota che continua a girare al ritmo della pedalata. Sì, qual è il ritmo giusto? E' strano perché anche questa è una delle cose che non si può sapere con precisione. I calcoli, l'SRM, le statistiche. Tutto serve. Eppure c'è quella scintilla che è ancora nostra. C'è ancora Jens, da solo, rannicchiato sulla sua bicicletta da pista, con le mani fisse alle protesi e le gambe che mulinano come se sapessero già tutto: come andare, a quale velocità, quanto tempo resta, quando si può riposare, quando si deve ricominciare. E' qualcosa di solo suo, un'arma che sfoderava anche nelle fughe, quando doveva tastare da solo nel serbatoio della sua benzina. Sapeva quanto poteva resistere anche in riserva. Sapeva quando poteva spingersi oltre. Forse sono stati gli anni ad aiutare la sua indole estroversa, a fargli vivere il ciclismo sempre così, come se ci fosse solo un oggi. Un oggi a cui dare tutto, gambe, cuore, anima. Tutto.

Alla fine, quando scocca il cinquantanovesimo minuto, tutti applaudono, esultano, sfoderano le bandiere con i colori tedeschi. E Jens pedala ancora. Altri secondi di un'ora infinita, di un'ora d'oro. Una di quelle che bisogna mettere nella credenza assieme alle altre e che tutte assieme formano i tempi migliori della vita. Sessanta secondi rotondi come la sua pedalata. Cinquantuno chilometri e centoquindici metri. Sosenka è più lontano che mai. Jens saluta il suo pubblico, si beve quell'entusiasmo, è paziente con i fotografi che lo sommergono di flash. Gli occhi grigioverdi sono lucidi, è la fatica mista alla commozione inconsapevole di aver fregato ancora una volta un limite. Un limite, un altro impasto di cemento e di niente. Shut up legs, shut up hour. Quante volte abbiamo zittito le cose che ci facevano male e ci servivano per raggiungere un sogno? Magari non lo abbiamo ancora raggiunto, magari ci siamo vicino. Certo è che tutte le volte che stringiamo i denti siamo un po' come Jens. Tastiamo il serbatoio per vedere se ce la facciamo ad andare avanti. A volte basta davvero un goccio di benzina per tenere duro, per inseguire i minuti senza distrarsi. Crederci. Lo dicono tutti e non è facile, a parole non lo è mai, forse è addirittura impossibile. Ma quando sei lì, quando sei solo e stai sfidando il tempo o il mondo (questo importa poco), devi crederci per forza. Quei chilometri percorsi nel velodromo sono lo stesso un viaggio. Un viaggio lungo come può esserlo un'ora di attesa quando aspetti qualcuno a cui vuoi bene. Intenso come una notte insonne e solitaria. Un viaggio che non conosce con precisione tutti i sessanta minuti che li compone ma è un puzzle disordinato come le rotte segnate su una mappa sgualcita per trovare un tesoro nascosto. D'altronde, nel ciclismo le certezze sono poche e vere. Bisognerebbe avere sempre il coraggio di restare attaccati a quelle. Una è la fatica e Jens lo ha sempre saputo, ne ha fatto la sua bandiera, quasi. Era questa la sua ultima vera gara. E l'ha vinta.

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