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L'ultimo scatto. Ricordi di un Mondiale perfetto

Il ciclismo è fatto di riti e di ricordi. Perché l'istante è davvero troppo difficile da vivere al momento: tutto troppo veloce, tutto troppo concitato. Una partenza o ancora peggio un arrivo. Sabbia che scorre via dai pugni di un bambino che gioca sulla spiaggia e cerca di trattenerla. Granellini che si disperdono come i coriandoli del podio. 
Per fortuna quei granellini hanno un potere. Lo stesso di certi istanti che sembrano correre via e poi restano. Restano nel tempo, come se li avessimo vissuti mille volte, come se fossero destinati ad essere cristallizzati, lucidi per sempre. Per sempre così.

E' quello che è successo a quella telecronaca di Varese duemilaeotto. Settembre, il ventotto per la precisione. Mancano tre chilometri all'arrivo, che uno pensa in tre chilometri può non succedere niente o può succedere di tutto. In piazza Monte Grappa, in una giornata di sole di fine estate, una di quelle giornate dove il sole tramonta piano e mette su tutto una patina di malinconia, scatta Alessandro Ballan. E non è che c'è una regola per la quale uno scatto diventa leggenda. Lo diventa e basta. Quello di Ballan lo è da subito, dal primo istante in cui la gente lo vede volar via d'improvviso, senza che nessuno se lo aspettasse. Una pennellata sull'asfalto, naturale come solo certi fuoriclasse sanno fare. Secco e perfetto e al momento giusto, dettato da uno strano orologio del cuore, l'istinto di un giorno che era per lui. 
Tre chilometri di grida, di urla e di una telecronaca che nessuno si dimenticherà mai. Che a volte la sappiamo a memoria. Quel lumicino che a tanti si spegne e ad Alessandro no. Tre chilometri di lacrime che ancora adesso, a ricordarlo, vengono i brividi. E' il potere di uno sport, il grande immenso potere che ha il ciclismo di rendere i ricordi speciali per sempre. Ballan che percorre da solo quell'ultima striscia di asfalto fino al velodromo. E gli azzurri dietro, a spezzare i cambi. Perché alla fine quello che non ci manca mai, anno con anno, è questa unità. Il fatto di dimenticare la squadra di appartenenza, di essere compagni anche se durante la stagione non lo si è mai stati. Vincenti o perdenti, amati o criticati, eppure sempre disposti a dare tutto per essere squadra. Che alla fine è questo che ti insegna la bicicletta, alle prime pedalate. Devi essere forte da solo. E poi devi essere forte insieme agli altri.

Era settembre, il ventotto per la precisione. Ed era una giornata perfetta. Alessandro Ballan Campione del Mondo a Varese, uno di quei sogni ai quali non sai se ti ci puoi abituare per davvero. Per uno scatto. Per quell'ultimo scatto. Forse, su un circuito mondiale, di brividi così non ne sono arrivati più. Per noi stupidi che continuiamo a commuoverci quando lo rivediamo. Per noi innamorati delle azioni pure e secche, come un fulmine a ciel sereno. Per noi che ancora aspettiamo un ultimo scatto così, senza se e senza ma.
Come dovremmo essere noi, quando la strada giusta ci chiama.  

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