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L'ultimo uomo

In questi giorni ci siamo abituati alle strade non troppo larghe e piene di gente dello Yorkshire. Se penso alle classiche volate al Tour, mi vengono in mente lunghi, larghi e interminabili rettilinei arroventati dal sole dei giorni di luglio. E il gruppo che arriva compatto, con i telai luccicanti tutti là davanti, come un esercito pronto alla battaglia.
Tutti là davanti. E' questo l'ordine per le squadre che coccolano nella loro formazione un uomo dalla ruota veloce. Sì, perché i velocisti sono davvero una razza a parte. Vivono per quegli ultimi momenti di adrenalina, per quegli ultimi metri che dovranno fare a tutta, contro il vento e contro gli altri. Contro lo spazio che sembra sempre troppo poco per sgusciare fuori al momento giusto e lanciarsi verso la linea bianca. Bisogna proteggerli lungo tutti quei chilometri, piatti o tormentati dalle salite. Bisogna portarli sani e salvi fino alla fine, dove spiccheranno il volo. Serve la squadra, servono i compagni, serve un treno si uomini scaltri, veloci, uniti come anelli di una catena di ferro. E serve l'ultimo uomo che è un ruolo altalenante e allo stesso tempo fisso come una stella. E' quello che guida il capitano nell'inferno degli ultimi metri, un ariete veloce che si fa largo tra tutti quei gomiti e le biciclette che ondeggiano da tutte le parti. Pesce pilota, lo chiamano, i francesi. E forse non è così sbagliato: sguscia nell'oblio di quei ragazzi a ottanta all'ora e crea il suo varco. Un varco per una vittoria non sua. C'è chi dice che così un po' si nasce, che è un po' come essere in bilico tra l'amore per la velocità e il servizio che bisogna prestare alla squadra. Qualche campione ha rivoluto indietro il suo ultimo uomo dopo che aveva tentato una carriera da velocista di primo piano. Forse è così profondo il rapporto che si crea tra loro che in qualche modo restano legati l'uno all'altro. Forse c'è un filo invisibile di quella cosa che si chiama fiducia, a volte improvvisa, a volte costruita. Ci sono rapporti che per diventare veri hanno bisogno di anni, di volate impostate male, di imprevisti, di cadute, di treni impacciati. E ci sono rapporti che si costruiscono in un attimo, sul filo del vento: una transenna sfilata, una traiettoria coraggiosa, una ruota in equilibrio tra cento altre. Basta poco per capire che si è dato tutto. I polmoni che sembrano chiusi, il respiro a metà, il sudore che cola negli occhi: il ciclismo è uno sport in cui spesso la fatica è gratuita. Viene regalata al compagno, alla squadra, alle dinamiche del gioco. Un gioco che è individuale e di gruppo, si è da soli e si deve ubbidire alle leggi collettive, di quel serpente umano che pedala tra un arrivo e una partenza. In mezzo ci sono tutti quelli che inseguono un sogno e allo stesso tempo lavorano per quello degli altri. In mezzo ci sono le storie di quelli che arrivano a pochi metri da quella linea bianca sull'asfalto e poi si lasciano scivolare indietro. Di nuovo nel gruppo, per passare il traguardo assieme a tutti.

Che affascina, nel ciclismo, è anche questa specie di filosofia della vittoria. La macchina perfetta plasmata per la velocità formata da tanti vagoni tutti uguali e l'umanità dirompente che si sfoga dopo la linea bianca: la catena di ferro si sgretola, si disperde e poi si abbraccia di nuovo.  L'ultimo uomo è un po' l'ultimo anello che, oltre alla bicicletta, deve saper tenere in equilibrio anche la responsabilità e il coraggio. Testa sulle spalle e gambe oltre il vento. Più che si può. Fino a che vedrà la schiena del capitano andare verso l'arrivo. Non condividerà il podio con lui, questo è sicuro. Ma avrà condiviso il sudore, la fatica, la paura di non farcela, di non essere abbastanza veloce.  E la fatica è un valore intangibile. E' l'essenza stessa di ogni traguardo

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