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Maurice Garin, o spazzacamino

Sallaumines è un paese della Piccardia, uno di quelli con le case quasi tutte uguali, con i mattoncini rossi e gli infissi bianchi che con la luce di una giornata di sole diventano ancora più bianchi. Qui riposa per sempre Maurice Garin, il primo vincitore del primo Tour de France. Una lapide grigia e semplice, fin troppo semplice per lui che è stato uno dei primi campionissimi della storia. Italia e Francia se lo sono sempre un po' conteso, la solita prassi per le storie che passano da un confine all'altro e mischiano le identità.

Maurice nasce in un giorno di maggio del 1861 in un villaggio della Valle d'Aosta. Quel gruppo di case a fondo valle diventa lo sfondo della sua infanzia, tra il silenzio dei prati e la durezza della vita contadina. Ha solo tredici anni quando emigra in Francia per fare lo spazzacamino. Sembra una storia come tante. Uno dei tanti inizi di un'esistenza segnata dalla ricerca di un lavoro per non morire di fame. In realtà è l'inizio di un viaggio straordinario. A quindici anni lascia la sua famiglia e si trasferisce a Reims, poi in Belgio e di nuovo in Francia dove si ricongiunge con la madre e i fratelli. La morte di suo padre e la miseria che bussa alla loro porta, lo convincono a provare la strada della bicicletta. Da una parte Maurice spera che il ciclismo possa diventare un buon lavoro per ribaltare il destino e dall'altra sa di essere naturalmente portato verso questa vita. I chilometri infiniti su una due ruote pesantissima non gli fanno paura, è abituato alle asprezze fin da bambino. E' abituato alle rinunce, al sudore, ai bocconi amari mandati giù a forza, alla faccia e alle mani nere di fuliggine. E' per questo forse che, dopo i primi successi, vince una corsa che ancora oggi è leggenda: la Parigi Roubaix. Il fango nero che viene su dal pavè è un impasto troppo familiare per non riuscire a domarlo, e forse ad amarlo.
Forse Maurice non lo sa che quello è solo un preludio alla sua entrata trionfale nella Storia del ciclismo. Quando, nel 1903, partecipa a quella nuova corsa disegnata da Henri Desgrange, ha passato i quarant'anni, ha i baffi a manubrio come vuole la moda e un fisico da fantino che uno non ci può credere che abbia in corpo tutta quella resistenza. Il primo Tour de France è sul limite del masochismo: sei tappe da quattrocento chilometri alla volta, intervallati da due o tre giorni di stop. Lui se le beve con una certa nonchalance, partendo dal primo giorno, vincitore sul traguardo di Lione e poi conservando le energie per gli ultimi arrivi. A Parigi vince per distacco e diventa il primo vincitore del Tour con tre ore sul secondo classificato. Un'impresa unica per una gara che poteva solo cominciare così. Da allora, Parigi è diventato il simbolo del dominio assoluto, i francesi hanno cominciato a vestire la corsa di casa della sua proverbiale grandeur. Poco alla volta e con costanza.
Da allora la Grand Boucle ha cambiato faccia mille volte pur restando un'istituzione potente. Così potente che nessuno scandalo è l'ha scalfita. E suona quasi strano pensare che il primo a conquistarla sia stato uno spazzacamino, figlio di contadini. Una specie di contrasto con il gelo e il senso di superiorità che riveste la corsa oramai da anni.
La verità è che il ciclismo è sempre stata una rivoluzione partita dal basso. Perché i sogni più grandi sono quelli fabbricati con poco, che sono sempre impossibili fino a che non si realizzano. Allora, ma solo in quel momento, tutti vorrebbero essere sognatori così. Arrivati dal niente al tutto solo con il coraggio e le gambe.
La verità è che il ciclismo ha origini umili che nessuno scintillio potrà, vivaddio, cancellare.

Maurice Garin trascorse gli ultimi anni della sua vita gestendo una pompa di benzina che le ultime bombe gli portarono via nel 1944. Muore a Lens, in quella Piccardia che, in fondo, è sempre stata una casa accogliente per la sua vita burrascosa. E che continuerà ad esserlo per i suoi anni e anni di profondo silenzio. Terra nera di carbone anche quella, per le miniere che circondano i paesi. Nero come i camini della Savoia, come l'acqua che scivolava via le sere in cui era solo un piccolo spazzacamino. Come il fango che viene su dalle strade che portano a Roubaix nei giorni di pioggia.
Come un destino.

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