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Negli ultimi duecento metri

Quello che succede negli ultimi duecento metri di una corsa è sempre una storia a parte. Pochi secondi e una narrazione veloce, da leggere tutta d'un fiato e meditarci poi. Dopo la linea bianca. Dopo il respiro che torna. A volte, certe storie si spiegano solo dopo. Perché il traguardo è uno strano confine tra due terre. Una specie di ago della bilancia. Il nord di una bussola. Per il resto, le altre direzioni sono infinite e non le conosceremo mai tutte fino in fondo.

Matti Breschel e Michael Morkov. Danesi entrambi, stessi occhi azzurri, stessa squadra, quasi stessa età. Stesso traguardo desiderato forse persino per gli stessi motivi. L'ultimo della Post Danmark Rundt 2015. La corsa di casa. Sono quei sogni che fai di frequente, le vittorie che ritrasmetti cento volte nei film mentali di ogni giorno. Vincere tra la tua gente, sentire gli abbracci che sanno di casa, che parlano come te.
Quell'ultima volata è della Saxo Tinkoff. C'è il treno giallo fluo in testa per tutte le due ultime curve del circuito cittadino. Tirano per Breschel, lui che è lì coperto dai compagni ma tutti lo distinguono per la maglia azzurra di leader della classifica a punti. La sua soddisfazione ce l'ha già, anche se i suoi ragazzi vogliono a tutti i costi anche questa. Cinquecento metri. Volata, la gente che grida ma nessuno, lì in mezzo, la sente. Senti le biciclette attorno, i gomiti degli altri, quello che non tiene la ruota e quello che ti sta attaccato pronto a spiccare il volo sulla tua scia. Matti è pronto per lanciarsi verso il traguardo. Duecento metri. Comincia un'altra storia. La linea bianca è così vicina che si può toccare e Matti rallenta leggermente, si gira, vede che c'è Morkov, il suo compagno di squadra, accanto a lui. Si lascia sorpassare e lo applaude quando passa la linea bianca, esulta con lui sul traguardo che doveva essere suo. Michael lo aspetta, lo prende per mano mentre ancora le biciclette proseguono sul rettilineo verso il bus. Si dicono qualcosa, si abbracciano. I ragazzi di Oleg Tinkoff si abbracciano perché tutti hanno avuto la loro felicità oggi. La maglia a punti, la vittoria di tappa e persino quella della classifica generale.

Il ciclismo è uno sport dove le lezioni, buone o cattive, arrivano quando meno te lo aspetti. Questa ha le sembianze lievi di una lezione di umanità. Certe volte la fame di vittoria conta. Conta per sé stessi, per sapere che si può dare di più, che si è più forti delle piccole sfortune. In certi casi, conta essere contenti e basta. Conta essere generosi. Specialmente con quelli che hanno condiviso i chilometri e le fatiche, le sere sbagliate e le mattine in cui ci sentivamo supereroi e non lo siamo stati.
In quegli ultimi duecento metri è cambiato tutto: sono gli istanti ovattati della volata che hanno un potere incredibile e fulmineo. Ribaltano tutto, si ricomincia a giocare nell'ultima breve lingua d'asfalto. Si ricomincia alla fine. Con il mezzo miracolo di avere l'anima e le gambe lucide allo stesso modo. Anche a sessanta chilometri all'ora. Con il mezzo miracolo di pensare ad un amico.
Anche con la linea bianca così vicina da poterla quasi toccare.

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