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Non chiamateli figli d'arte

Ce l'hai nel sangue. Forse l'avremo detto cento volte, a cento persone diverse. Il fatto che il talento possa essere trasmesso di padre in figlio è una delle nostre ataviche e romantiche convinzioni. Come se alla nascita i genitori ci potessero passare poteri particolari a seconda delle loro proprie doti. 
Ma il destino non è una cosa che si tramanda, per fortuna. Nasce con noi. Parte da zero, in parallelo con la vita. Di certo molti figli sono stati presi per mano, portati in un universo sconosciuto. Alcuni hanno imparato ad amarlo dopo aver avuto uno zing speciale, un colpo di fulmine. Dopo aver riconosciuto un segno, qualcosa che diceva loro di avere un posto nel mondo. E che quello era il loro. Non importa come, a che età e non importa neanche il perché. Succede a tutti. Da quel momento si inizia a sognare coi piedi per terra.

Che è anche il modo più vero che esista. I figli dei campioni raramente sono fortunati. Crescono spesso nell'ombra di un padre eroe, consacrati alla folla già da piccoli, con la targa dei predestinati, con l'etichetta del puledrino di razza. Crescono con la sana voracità di bruciare traguardi, di essere eroi allo stesso modo, in un perenne odio e amore per chi ha lasciato le orme prima di loro su un sentiero che forse avrebbero voluto percorrere da soli. Crescono con un cognome che li insegue persino quando vanno in fuga. Soprattutto quando vanno in fuga. Quando emergi, quando vai forte. O quando ti stacchi, quando sei al gancio e non ce la fai più. Il tuo compagno e il tuo nemico. Non ti puoi permettere di essere nessuno quando hai un nome, ecco cosa. Alla fine qualcuno smette, qualcuno si rassegna, a volte solo per sfortuna, altre solo perché con i mulini a vento di una carriera indimenticabile non si può combattere. La bicicletta poi ti bastona mille volte prima di farti scoprire i suoi lati migliori. 
Eppure ci sono quelli che non si arrendono di fronte a nessuna evidenza. Quelli che proprio hanno la dote di provarci fino allo stremo, corazzandosi dalle sconfitte e da tutte quelle volte in cui ce la stavano per fare davvero e non ce l'hanno fatta. E' successo domenica a Nico Rosberg, sta succedendo con Mathieu van der Poel, weekend dopo weekend. Il fango di certe giornate in cui il ciclocross è odio e amore mischiato insieme sembra essere davvero il solo destino a cui appartiene. Qualcuno dice che è per il nome. Ma non è così. La verità è che l'unica cosa che un padre può insegnare davvero ad un figlio per farsi strada nella vita è credere in sé stesso e amare sopra di tutto. La bici è un amore che sa essere profondo quanto un abisso: devi saper nuotare al buio, devi saper correre in qualsiasi condizione, anche la più disperata, senza che ti passi nella mente di fermarti. 
Ecco cosa si può tramandare. 

E non chiamateli più figli d'arte. Nel sangue non scorre nessuna eredità. Ma i destini che a volte si incrociano, la testardaggine, la fiducia, la resistenza alla fatica e al dolore, il coraggio. Siamo fatti di noi stessi e di quello che desideriamo sopra ogni cosa al mondo, qualsiasi giro strano possa fare la vita.

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