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Non ti voltare

E' il muur. Quello. La volta buona. Dietro quel volo improvviso, dietro quella corsa perfetta, la fuga giusta e tutto il resto ci sono più di trenta corse su quelle strade. Trenta corse per sentire il Belgio e sapere quando bisogna attaccarlo per arrivare in fondo per primi. Trenta corse a guardare gli altri vincere. Trenta corse a far fatica. E da quella fatica imparare tutto. Fino all'ultima goccia di sudore.

Qualcuno dice che Manuel Quinziato sia uno dei gregari più forti della sua squadra. Uno che tutti vorrebbero avere a fianco. E' che a me questa parola qui, gregario, non è mai piaciuta. Mi sembra un'etichetta di serie B e nel ciclismo queste due cose proprio non c'entrano niente. Le etichette su un ciclista sono inutili: te le strappa a morsi alla prima salita, alla prima discesa, sulla prima lingua di terra in pavè dissestato. La serie B è per il calcio. Se esiste anche in questo sport, vuol dire che l'hanno studiata dei signori a tavolino. Perché per la strada sono tutti uguali. Chi vince, chi perde. Si decide tutto in quei chilometri. Heath Ledger nella sua ultima interpretazione diceva che il caos è equo. Anche la fatica lo è.
Ci sono ruoli che si scambiano e cambiano. Anche solo per dimostrarci che, nella vita, di fermo c'è ben poco.

Non ti voltare, Manuel, che sono già lontani. I tuoi compagni di fuga sono rimasti indietro. Metro per metro, senza smettere. Si sa che su queste strade si può fare subito un vuoto infinito. Di chilometri non ne mancano molti, i secondi salgono. Le campagne e poi le case, il paese. Il pavè che fa tremare tutto: le gambe, le braccia, il cervello. Quelle corse che ha subìto e poi capito, che ha sentito fino in fondo, nello stomaco, quando era nella pancia del gruppo o a prendere il vento in faccia nei tratti più difficili.
Non ti voltare, Manuel. Questa volta non c'è nessuno da difendere o da portare salvo fino al traguardo. Questa volta sei solo tu. Devi portare te stesso fino a quella linea. Te lo devi. Per ripagarti di tutte le volte che sei stato contento per gli altri.
C'è la curva. L'ultima o forse l'ultima è questa. Poi c'è il tratto in salita.
Non ti voltare, Manuel. Non ti voltare più. Perché quelli dietro i secondi se li stanno mangiando. Sono lì. Così vicini da minacciare tutto quel castello costruito fin lì. Voltarsi sarebbe la fine, vorrebbe dire far cedere le gambe.
C'è la linea bianca e gli altri son dietro. Il massaggiatore che corre, che lo abbraccia, si abbracciano. Ecco qui. Prima e dopo, in mezzo due secondi che valgono tutto. Or you win or you die. Scorrono le parole come un motto. Vincere. O meglio andare oltre.

Questo è uno sport che si affronta insieme e da soli. I ruoli esistono ma non sono etichette. Li sceglie la strategia. Ma prima ancora, sceglie tutto la strada. Il vento, la sfortuna, la pioggia. Il viaggio ci plasma, ci insegna le cose che useremo la prossima volta. Quando arriverà il momento.
Quello giusto. In cui non dovremo pentirci di aver guardato sempre avanti. Di non esserci voltati mai.

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