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#Ontheroad

Lo confesso, anche io ho un po' la mania del cancelletto. Ma non è una questione di moda. L'hashtag mi piace graficamente. Se le parole sono arte e sono sangue come diceva Pavese, anche il modo in cui sono scritte conta. E forse i tradizionalisti avrebbero molto da ridire.

Ma ora, nel mondo, servono frecce brevi che arrivino diritte all'anima e un concetto tutto appallottolato è un po' come uno di quei sassolini che si tiravano ai vetri per attirare l'attenzione di qualcuno di importante. Servono per accendere la luce, per fare aprire le finestre, per cominciare a parlare.

Quando mi sposto, quando comincio un viaggio per raggiungere una partenza o un arrivo, non importa di quanti chilometri, in treno, in macchina, in metro, scrivo questo hashtag dove mi capita. E' un sassolino breve che mi ricorda sempre e per sempre il romanzo di Kerouac. Nuovi orizzonti. A volte anche quando si sta fermi. Nel ciclismo è così. E' un rapporto che forse si costruisce prima con la strada che con tutto il resto. Perché da bambini la bicicletta è stato il primo mezzo che ci ha portato un po' più lontano e poi ancora, fino a capire che i confini non bastano mai, sono fatti per essere superati. Sulla strada. Lì si consuma un amore autentico, senza lo spettro delle bugie. La fatica è una cosa vera. Forse una delle cose più vere che esistano. Le strade, i luoghi, noi. Li dipingiamo con i nostri occhi. Cos'è un luogo del cuore? Me lo sono chiesta tante volte ma non riesco mai a rispondere. Ne ho un po', alcuni sono incontaminati e non voglio che nessuno ci passi sopra, altri sono entrati di diritto in quella lista perché ci sono stata con persone alle quali voglio bene. Altri ancora perché mi hanno aiutato a ritrovare un pezzo di me che avevo perso. E' un viaggio, è quell'On the road tutto attaccato, groviglio delle strade percorse su due ruote o accanto ad esse. I luoghi che attraversano queste strade sono un universo a parte, è la genesi dei ricordi: una curva, una casa, un prato, un albero acquistano significato. E poi le partenze, i chilometri, gli arrivi. Sentire, ascoltare, annusare tutto quello che gira attorno a quella fiera itinerante. A Trieste il tramonto fa brillare d'oro i mosaici dei palazzi, a Oropa il santuario è talmente grande che mette soggezione quasi quanto la salita per arrivarci, in Svizzera si può incontrare Chris Froome quattro volte nello stesso giorno e lui continua a sorriderti come se ti conoscesse da una vita, sul Risoul le formiche sono enormi e si può essere ubriachi alle dieci del mattino mentre si canta a squarciagola tra quelle rampe silenziose. Anche adesso che la stagione è finita, sembra che il viaggio continui. Forse perché alle cose belle non ci pensi subito, le gusti dopo. Le senti ancor più sulla pelle. Succede sempre così, facciamo fatica a raccogliere l'istante, lo scoviamo dentro quando le onde si calmano, quando il mare è piatto.

Ecco, sì. On the road è una carrozza breve e calda lunga tutto questo inverno, un sassolino pronto ad essere lanciato verso la prossima primavera. Il ciclismo mi ha insegnato che basta poco per dare un senso al silenzio. Basta una sola parola per riempire un foglio bianco. Un segno deciso di inchiostro come il marchio nero e oleoso della catena sulla pelle quando si cade. Un impronta. Senza virgole, senza punti. Perché è breve ma anche infinita. In bicicletta, e non solo lì, i confini non esistono. O se esistono servono solo per passarli e sapere che si può andare oltre.

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